persone

Wilma the Chief

WILMa mankillerWilma Mankiller (18 Novembre 1945 – 6 Aprile 2010)

Nata in Oklahoma,  a Tahlequah, da padre Cherokee e madre di discendenza tedesco-irlandese, è stata la , prima donna a capo della Cherokee Nation.

Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti presero i territori di 45 famiglie Cherokee per scopi militari. tra queste anche la sua famiglia, che lasciarono l’Olahoma grazie al programma di rilocazione del Bureau of Indian Affairs. Si trasferirono a San Francisco e poi a Daly City.

Tornò con le figlie in Oklahoma nel 1977, iniziando a lavorare per la Nazione Cherokee. Fu eletta nel 1987 e di nuovo nel 1991, raccogliendo l’83% dei voti. Nel 1995 non si ricandidò a causa della salute.

Morì nel 2010, nella sua casa rurale, a causa di cancro al pancreas.


		
diario

Le ho viste

Le ho viste tutte passare in strada

anime scalze,

che si guardano dietro,

temendo di essere seguite

dai piedi della tempesta,

ladre di luna

attraversano,

camuffate da donne normali.

Nessuno le può riconoscere

tranne quelle

che somigliano a loro

Maram Al-Masri

diario

L’ abuela virtuale

Immagino che accada sempre così: quando si avvia un’innovazione non si ha la minima idea di dove ci porterà.

Penso all’aspetto decisamente manipolatorio della personalità del profilo facebook, ma anche a quanto la percezione di contatto data dalla virtualità (email, videochiamate, whatsup ecc) influisca nel prendere più leggermente trasferimenti importanti.

Soprattutto rifletto sulle relazioni.

Un tempo se lasciavi la famiglia sapevi di dover tornare, o al limite di poterti concedere una rara e costosissima telefonata, per avere un contatto.

Potevi scrivere, concedendoti una sfera comunicativa diversa, diaristica, riflessiva.

Ben altra cosa dalla vita interpretata dai più sui social con tanta convinzione da rischiare di far diventare quelle che erano persone dei personaggi, con un pubblico che alimenta i loro falsi sé e che non ha rapporti reali con chi posta.

Mi chiedo quanta distanza tutte queste occasioni di apparente comunicazioni stia ponendo tra le persone e quanto efficacemente possa boicottare il contatto con se stessi (mai mi stancherò di sottolineare il potente effetto del tasto like nel portare conformismo, influenzando le proprie esternazioni in virtù del gradimento di massa).

Dal 24 settembre sono nonna, o meglio, abuela, visto che  ho una discendenza messicana. Mia nipote è il bellissimo frutto di due terre divise da un’oceano. Quando mia figlia era piccola ho raccolto molte informazioni sulle tradizioni circa maternità e puerperio. Il corpo e la malattia nella tradizione popolare era la mia ricerca.

Il corpo era un tema importante e in questa fase della vita delle donne la sua cura era un nodo importante tra le donne e le generazioni.

In effetti la suocera mi ha inviato la foto di una sorta di crepes pallida cucinata per la neomamma, secondo tradizione, ma nel nostro caso quel nodo è un fantasma che naufraga online.

Mia figlia mi manda tante foto, video. Mi mostra una nipote che non ho visto nascere e che ancora non ho preso in braccio. La videoregistra con il cellulare, la incita a guardare. So che una neonata non vede bene, ma questi nipoti virtuali quali percezioni acquisiranno?

Il destino delle relazioni parentali sarà sempre più privo di corpo, di tatto, di odori, di fisicità?

diario · visioni

Flirtare con lo spaesamento

Spaesamento: sentirsi senza paese, disorientati, fuori luogo.

Mi rendo conto di essermi sentita spesso così. C’è chi con questa situazione flirta. Può farlo a livello personale, inseguendo la propria irrequietezza e cambiando spesso riferimenti, alla ricerca di un luogo esistenziale che forse risiede proprio nello spaesamento stesso.

Al di là dell’esperienza di migrazione, o della ricerca di nuove situazioni, tutte e tutti prima o poi si sentono così, perché, ricercati o meno, i cambiamenti radicali fanno parte della vita, anche se magari non si è mai lasciato il “paese”, è la realtà circostante a non essere più riconoscibile.

C’è chi flirta con lo spaesamento altrui e questo è ben più triste di chi lo fa con il proprio. Sfruttare questo comune sentire per vantaggi personali, gettando sale sulle ferite, fingendo di volerle sanare, è da ciarlatani. Consapevoli o meno, questi furbacchioni nominano il paese invano, come fosse un dio fisso e immutabile.

Un paese così, fisico, ideologico o esistenziale che sia, non esiste.

 

 

Bullismo · corpi · diario · relazioni · visioni

Minus Habens sociali

Si sente spesso parlare di bullismo, che per definizione è atteggiamento riguardante l’età scolare. Come sappiamo, le categorie sono costruzioni, appiattimenti su due dimensioni di realtà multidimensionali e infatti c’è un comportamento adulto, casuale ma reiterato, veramente stupefacente per la sua idiozia, che ritengo abbia una qualche parentela con la bassezza del bullismo.

Mi riferisco ad adulti che apostrofano altri adulti commentando con fare pseudo simpatico una pancia prominente, un corpo gonfio, un aspetto non conforme, senza avere il minimo dubbio verso l’ipotesi che quella deformità abbia ragioni patologiche serie, o più semplicemente che l’aspetto altrui non le riguardi e non le autorizzi a confidenze sgradite.  Molti fissano la persona con insistenza, senza  ritegno. I peggiori si permettono  di commentare facendo battute.

Le elementari regole sociali vengono meno di fronte alla diversità.

Penso a una ragazzina che conoscevo tanti anni fa. Aveva la leucemia, ed era diventata gonfia per le cure. Una signora incontrata sul pullman aveva pensato bene di commentare il suo aspetto con la battuta “tutta salute“. Sua madre mi raccontò che subito riuscì a evitare il pianto, ma poi sgorgò inarrestabile per giorni. Sei mesi dopo sarebbe morta.

Penso ai commenti e agli sguardi pesanti che subisce con classe una persona alla quale voglio molto bene, come se non bastassero le cure, i continui impegni in ospedale, il dolore, la paura. Un giorno una signora lo ha fermato per chiedergli se fosse incinto. Rideva da sola. Persino ieri, in un giorno di grave lutto, ha dovuto sentire lo stronzo di turno dire la sua, sghignazzando.

Eppure queste battute non fanno ridere. Cosa spinge questi minus habens a farle? Perché non se ne parla? 

citazioni · diario

La sciamana del trasloco

Il mio nido sui monti ha i giorni contati. Basta con gli ettolitri di benzina consumati su strade ghiacciate per raggiungere scuole remote. Basta con la convivenza a singhiozzo con il mio adorato e folle marito. Mi sono iscritta a Genova, anche io parte della colossale tribù di precari inseriti in graduatoria.

Traslocare è anzitutto un grosso lavoro  personale, un faticoso e doloroso confronto con ricordi e cose che rinviano a persone e situazioni. Un dover prendere e lasciare, buttare, regalare. Un sentire materialmente il peso del proprio bagaglio. In effetti, per cause di forza maggiore prima, per coazione a ripetere poi, mi capita di farlo  troppo spesso. Purtroppo questo non ha sviluppato la capacità di crearmi ambienti domestici leggeri, da semi-nomade, facilmente smontabili e ricomponibili. In compenso credo di aver elaborato – se non una strategia – quanto meno una ritualità.

Inizio dalla cantina e ogni volta mi sorprendo della quantità di cose che faccio trasmigrare da una dimora all’altra solo per una questione affettiva, come i sacconi pieni di pupazzi e la sedia a dondolo da bambina di mia figlia venticinquenne, che abita dall’altra parte del mondo. Saranno utili a ottobre, quando diverrò abuela, mi dico, e anche questa volta i pupazzi migrano con me.

IMG_20170728_125731Poi i libri. Amatissima fonte di evasione, scoperta, fascinazione, esplorazione. Impacchettarli tutti è un lavoro infinito, anche perché le scatole non devono essere grandi, altrimenti sarebbero amovibili. Ottime quelle da vino. Ovviamente, non appena li ho rinchiusi nelle scatole, vado in crisi di astinenza e  mi pare di averne estremo bisogno.

I miei sogni si sono popolati di strani cuccioli e case metafisiche. Stavolta ho superato me stessa, perché il trasloco è diventato multiplo, e senza una meta individuata. Da smontare non c’è solo casa mia, ma anche quella di mio marito, troppo piccola per noi e i nostri libri, le nostre ingombranti vite.IMG_20170728_125726

Questo però fa sì che la seconda casa da smontare  sia ancora da affrontare, così qualche mio libro superstite, che mi ero portata dietro perché lo stavo leggendo, c’è.

Così ne sbuca uno che sembra voglia parlarmi: mi sento una sciamana del trasloco…