colonialismi · cultura · stereotipi

Inclusione, esclusione, segregazione e integrazione

integrazione

L’ennesimo episodio inquietante della vita politica italiana ci è offerto da un vicepresidente del Senato che durante un comizio rispolvera antiche immagini schiaviste, definendo “gorilla” la Ministra per l’integrazione. Patetica la negazione dell’insulto razzista, anche nella non remota ipotesi che chi  lo usa non sappia che questo termine riferito a umano appartiene ai tempi dello schiavismo coloniale prima ancora che al linguaggio visivo pubblicitario anni 50. Un limpido esempio di quanto abbia ragione l’antropologo Marco Aime  quando nel suo “Eccessi di culture” afferma che “A incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone”. Aime analizza una sequenza di casi  di cronaca italiana degli ultimi anni: il Preside di una scuola della provincia di Cuneo che concede un giorno di vacanza per il Ramadan e viene accusato di piegarsi alle esigenze dei musulmani; il caso delle maestre di una scuola della provincia di Como che respingono il sindaco travestito da Babbo Natale per non turbare i bambini musulmani con simboli della cristianità; le polemiche sulla presenza delle croci nelle aule e nei luoghi pubblici ecc. Tutte vicende che condividono l’idea che le culture siano recinti, che rinchiudono tutti gli individui che ne sono parte in ogni loro manifestazione, desiderio, inclinazione. Questa prospettiva punta tutto sulla differenza rispetto ai nuovi arrivati, agli immigrati (e rinforza anche i processi di chiusura su se stessi e di ripiegamento sulla propria cultura d’origine dei nuovi arrivati).

Questo modello genera due atteggiamenti: quello buonista dell’accettazione del diverso (senza risolvere fino a che punto sia accettabile) e quello del rifiuto, proprio in nome della propria diversità.

Aime spiega che  uno stereotipo genera  una politica di esclusione quando una strutturazione politica trasforma un sentimento in azione organizzata e mirata non più verso un singolo individuo, ma verso una categoria di individui. Come una Ministra vista non in quanto tale, ma in quanto nera, anzi negra, anzi gorilla.

Questo risultato mi pare una ulteriore conferma di come la politica italiana confermi la tesi di Aime dei due fronti buonista e del rifiuto.

Alla luce di queste osservazioni non sorprende l’innalzamento del conflitto e il costante abbassamento di livello del linguaggio politico, conseguiti alla scelta di istituire un Ministero per l’integrazione. Più efficace sarebbe stato incaricare la Ministra Kyenge di un vero Ministero per le pari opportunità: dotatato di portafolio, e interamente dedicato alle tematiche di inclusione per gli ambiti di discriminazione riconosciuti quali il genere, l’orientamento sessuale, l’handicap, l’origine e la nazionalità, la religione, l’età…

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