colonialismi · stereotipi

Stranezze neo coloniali

Oggi inciampo su questo innocentissimo articolo di un sito web locale http://www.cuneocronaca.it/news.asp?id=61200, che informa: “Il prossimo 10 agosto la Fanfara della Brigata Alpina Taurinense si esibirà in un concerto a fine benefico che si svolgerà presso il Forte di Fenestrelle, uno dei monumenti simbolo del Piemonte. Nell’occasione saranno eseguite musiche d’attualità alternate alle immancabili marce militari, quelle che hanno reso famosa in tutto il mondo la Fanfara.

Leggo che il concerto finanzia un progetto di contrasto della pratica delle spose bambine, ovvero per fornire un aiuto concreto alle giovani fanciulle della tribù dei Munda, popolazione del sud ovest del Bangladesh. Il progetto – denominato “Per un Sari rosa” – è seguito da un missionario Saveriano, citato come padre Luigi, e nell’articolo si rinvia alla RISHILPI DEVELOPMENT PROJECT – ONLUS, promotrice del progetto.

Ad attirare la mia attenzione – però – è stata la fotografia a illustrazione del pezzo, avendovi riconosciuto Sampat Devi Pal, autorevole attivista indiana.

 

sampat

Nessuna didascalia all’immagine. Anche nel testo nessun accenno a chi sia la donna della fotografia.

Sampat Devi Pal è un’attivista nata in Uttar Pradesh nel 1960, dove opera, ed è famosa per aver fondato la gulabi gang, altrimenti conosciuta come pink gang o banda del sari rosa. Questa autorevole attivista formò la sua organizzazione  ispirandosi alla figura di Laxmibai Rani, regina indiana che – nel 1887 – formò il suo esercito e tenne testa agli inglesi per un anno. Sampat ha messo molte donne nelle condizioni di guadagnarsi da vivere come sarte, contemporaneamente le ha formate alla lotta con bastone, creando una rete di centinaia di donne. Sono attive su temi come la fine del fenomeno del matrimonio tra bambini, far cessare la tradizione dell’abbandono delle mogli e la violenza sulle donne, la lotta alla criminalità ed alla corruzione.

L‘immagine di questa grande attivista indiana – dalla quale peraltro deriva il nome del progetto oggetto dell’articolo (“per un sari rosa”, che non si riferisce all’attività di Sampat in Uttar Pradesh, della quale non si fa cenno alcuno, ma a quella dei missionari in Bangladesh) viene usata come si trattasse di una delle” fanciulle Mumba da salvare”.

Anche Sampat si è sposata a 12 anni, ma il suo è un percorso che appartiene ad altro contesto e approccio.

I Mumba  invece, per la cronaca, sono un insieme di gruppi indigeni dell’India centro-orientale accomunati dalla lingua, della famiglia munda-khmer. Si trovano in tutto Jharkhand, Bihar, Bengala Occidentale, Chattisgarh, Orissa e Assam, e in parti del Bangladesh. Le genti M. presentano importanti differenze di tipo culturale e socioeconomiche. Tra loro, il gruppo più numeroso sono i Mundari (M. significa «capo», Mundari «seguaci del capo»). I Mumba si definiscono “Hodoko”, che significa esseri umani. I bangladesi li chiamano “Buno”, che è traducibile con  “gente della foresta, forestieri”, e nel regime induista delle caste sono considerati al di sotto degli intoccabili. Sono originari delle foreste del moderno stato Indiano del Ranchi, e furono deportati dagli inglesi, per strappare alla giungla campi da coltivare e terreni edificabili. Oggi i circa 4000 Mumba sono stanziati in 30 villaggi composti da 700 famiglie dislocate ai margini dalla foresta del Sunderban. Gli sposi novelli costruiscono una loro capanna dove vivono con la prole non sposata, anche se i legami con la famiglia allargata restano strettissimi.

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Questa è una foto della missione  dove  padre Luigi vive con una quindicina di ragazze dell’etnia Munda di età compresa tra i dieci e i sedici anni, sfuggite a matrimoni precoci combinati dalle famiglie. Alla ricerca di migliori informazioni circa la missione, scopro che  una ventina di anni fa, il villaggio Munda dell’area di Dudler Char fu convertito da missionari Battisti. I nuovi convertiti non furono accettati dai cristiani bangladesi, che li consideravano selvaggi. In pochi anni, gli abitanti di Dudler Char arrivarono a non trovare un partner da sposare. Padre Luigi fece da tramite tra i Munda cristiani e le autorità religiose Munda (definiti pagani), perché i primi fossero riaccettati come induisti. La cosa si risolse con una cerimonia per placare l’ira delle divinità e degli spiriti offesi per il cambiamento di religione, offrendo loro un grosso maiale pagato dal missionario.

 

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