cultura · tra il dire e il fare

Lavoro e crisi della presenza

Immagine

Una delle prime domande che ti rivolge chi vuol conoscerti è “cosa fai nella vita?”. Il che significa: qual è il lavoro per il quale vieni pagata-o? O, più precisamente: come ti mantieni?

La risposta ti colloca al mondo, organizza le prime informazioni su di te. Il lavoro è decisamente importante nella costruzione identitaria della persona. In Italia poi abbiamo persino il vezzo di farne il perno del Paese: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro“.

L’ articolo della Costituzione non fa riferimento al fatto che il lavoro sul quale si fonda questa Repubblica democratica debba essere pagato, non dice “lavoro retribuito”, ma la percezione del lavoro è inscindibile dalla sua funzione di sostentamento. Altrimenti avremmo risolto la questione del lavoro di cura sulle spalle della popolazione femminile, o quanto meno i dati sulla disoccupazione sarebbero clamorosamente diversi, portando le donne in cima alle statistiche per occupazione.

Se non hai un lavoro, non hai un posto nel mondo, viene meno il tuo esserci.

Negli anni 50 Ernesto De Martino  parlava di crisi della presenza, riferendosi a quell’umana incapacità di agire e determinare la propria azione. E oggi?

A luglio 2013 in Italia risultavano disoccupate 3 milioni 89 mila persone. Il dato non include le persone che non hanno titolo a iscriversi nelle liste del collocamento. Chi scrive, ad esempio, avendo partita IVA, indipendentemente dal guadagno, lontano da qualsiasi ipotesi di sostentamento, non risulta disoccupata.

Ecco perché mi definisco “diversamente occupata“.

Le persone diversamente occupate sono una categoria invisibile e molto variegata.  Nessuno ne parla, e non ci sono misure per rendere meno insostenibile i loro tentativi di “rimessa al mondo” con passione. Passione e lavoro d’altronde, diciamocelo, non sono un matrimonio molto apprezzato. Ma nemmeno l’arte di arrangiarsi  viene considerata applicabile al mondo del lavoro. Altrimenti sarebbe consentito senza problemi di poter aprire piccole attività casalinghe e invece regolamenti assurdi rendono impraticabile questo genere di attività (si pensi a come una baby sitter collettiva risolverebbe tanti problemi anche di conciliazione, colmando le vergognose lacune di Stato). In termini economici le persone diversamente occupate sono perdenti: converrebbe loro smettere di fare qualsiasi cosa, specialmente di progettare.

Quanto al lavoro dipendente, oggi trovarlo o ritrovarlo è evento prezioso e raro, con buona pace di chi – essendo vissuto in tempi in cui il lavoro per chi voleva lavorare esisteva – preferisce ritenere che tutti i senza lavoro siano in fondo responsabili della loro condizione ( spesso queste osservazioni miopi provengono proprio della stessa generazione di yuppie che ha disastrato l’economia) .

L’italianità preconfezionata a uso e consumo dei cittadini vuole che il lavoro non piaccia, che chi ce l’ha stia buono senza voler cambiare le cose, anche se non funzionano, che si sia compiacenti piuttosto che efficienti, che si mantenga un distacco professionale molto simile al disinteresse insomma.

Ci si preoccupa della fuga di cervelli. A me terrorizza l’atrofizzazione di quelli che rimangono qui.

Annunci

2 thoughts on “Lavoro e crisi della presenza

  1. Uhm, non capisco però cosa intendi con “L’italianità preconfezionata a uso e consumo dei cittadini vuole che il lavoro non piaccia, che chi ce l’ha stia buono senza voler cambiare le cose, anche se non funzionano, che si sia compiacenti piuttosto che efficienti, che si mantenga un distacco professionale molto simile al disinteresse insomma”. Voglio dire, hai messo assieme alcune affermazioni che cozzano un po’ l’una con l’altra, e che talvolta sono (per me) di difficile comprensione per se stesse.
    L’italianitá è “preconfezionata”: non è così per ogni identità pubblica, come lo sono quelle nazionali? Poi ognuno può metterci il suo, ma per lo meno a livello istituzionale (a cominciare dalle scuole) il preconfezionamento c’è e non potrebbe essere altrimenti, no?
    “A uso e consumo dei cittadini”: e di chi se no?
    “Vuole che il lavoro non piaccia”…uhm…nel senso che si dipingono gli italiani come immancabilmente scansafatiche (riferito anche alla mancanza di effcienza criticato poco dopo)? O la mancanza di efficienza è vera e la pigrizia è un mito? E a cosa si dovrebbe allora questa mancanza di efficienza? E poi, tu critichi il disinteresse ma anche la compiacenza…non cozzano fra di loro questi due atteggiamenti lavorativi?
    Per finire, non direi che dei precari e dei co-co-qqualcosa non si parli…magari non in modo costruttivo, ma che “esistano” per dire, e che siano tanti, nessuno credo che possa dubitarne.

    Mi piace

  2. Cerco di risponderti per punti:
    1) Con italianità preconfezionata a uso e consumo dei cittadini intendo quel rinforzamento mediatico, istituzionale e sociale dello stereotipo dell’italiano come persona che non ama lavorare, né innovare. Il tipico cialtrone per intenderci. Si tratta di rinforzamento perché evidenzia un tratto a discapito ad esempio di quello altrettanto imputabile alla cultura italiana: la creatività. Questo modello è definito ad uso e consumo dei cittadini perché è innegabile che ci sia una certa complicità popolare in questo vedere gli italiani come pecoroni. E a furia di sentirselo dire sempre più persone aderiscono al modello.
    2) “Vuole che il lavoro non piaccia”. Qui mi riferisco al funzionamento del mondo del lavoro e a quello che è un buon dipendente secondo la percezione dei datori e dei colleghi. Una persona schietta, che cerca soluzioni innovative, non di rado viene vista come una rottura di scatole. Si parla di talenti, ma si premia la piaggeria ad esempio. O quell’atteggiamento di chi preferisce assumere chi si conosce (indipendentemente dalle competenze) o è riconducibile a chi si conosce.
    3) Disinteresse e compiacenza. Per disinteresse intendo il disamore per quel che si fa, il non cambiare le cose per evitare grane. Per compiacenza il nicchiare, far finta di niente, dire una cosa anche se se ne pensa un’altra, la piaggeria.
    4) Diversamente occupati è una definizione allargata. Nessuno ne parla era riferito al dato reale dell’occupazione. Non mi risultano dati diffusi in tal senso. Se esistono, non sono divulgati ai più

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...