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Dire il mondo tra stereotipi e realtà: una chiaccherata interessante

biancaneve

Di tutte le forme di “persuasione occulta”, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”. Pierre Bourdieu

 

L’antefatto è ordinario. Giorni fa un consigliere regionale  ha apostrofato una deputata locale definendola “principessa borgarina” (da Borgo San Dalmazzo, località di provenienza della deputata). Essendo le principesse uno dei tormentoni sessisti, questa espressione è stata piuttosto infelice e non ho omesso di farlo presente.

L’ultima volta avevo incrociato il consigliere Fabrizio Biolé all’incontro con Kyenge a Saluzzo legato alla vicenda dei braccianti, durante il quale la deputata Chiara Gribaudo faceva gli onori di casa.

Oggi ci siamo incontrati per strada e ne è nato un confronto, perché immaginavo che considerasse strumentale la critica che gli è stata mossa.  Il discorso sul linguaggio è ritenuto strumentale dalla maggioranza delle persone (uomini e donne). Non è raro sentir gridare al sessismo persone che normalmente non si preoccupano di essere anti sessiste, o se ne dimenticano temporaneamente ( la stessa Gribaudo chiama la Ministra Kyenge “Ministro”, e non ho mancato di commentare anche lei), o addirittura sono pienamente sessiste. Questo però non intacca  il fatto che il linguaggio abbia un ruolo preciso nei percorsi antidiscriminatori. Semmai ci ricorda che la cultura è un laboratorio continuo e che è un gioco che si deve giocare in tanti, nessuno-a escluso (ogni tanto scopro germi sessisti in me e cerco di curarmi).

Fabrizio mi dice che se Chiara fosse stata uomo, lui l’avrebbe apostrofata allo stesso modo. Gli spiego che se avesse detto a un uomo “principe borgarino”,  non avrebbe avuto lo stesso senso, dato che i principi e le principesse sono figure ben diverse nell’immaginario popolare e nelle favole. Coraggiosi e galanti i primi, belle e delicate le seconde.

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Chiara oltretutto è donna, giovane e di aspetto gradevole. Chiamandola principessa la si relega in un ruolo stereotipato. Inoltre le favole avevano un ruolo didascalico stabilito dalla categoria dominante degli uomini proprio per addomesticare il pensiero della donna-dominata.

Mi spiega che cosa voleva esprimere. Dice che  la ritiene una persona che non consente un confronto, non risponde, è altezzosa. In questo senso lui ha usato il termine “principessa”. Se riesce a capire che “puttana” è sessista, non riesce a condividere lo stesso giudizio per definizioni che si rifacciano alla cultura popolare. Mi spiega che usare “principessa” gli sembra giusto dato che tutti sanno cos’è una principessa, e tutti conoscono le favole. Le favole, i miti, gli stereotipi, i linguaggi sono tutti modi per organizzare il mondo, gli rispondo io. Sono tutte espressioni di una cultura dei dominanti. Ma tra lei e me io sono in una posizione subalterna, ribatte lui, riferendosi alla sua posizione sociale. Ma quando parlo di dominanti e dominati, mi riferisco a categorie sociali e culturali che costruiscono ruoli e habitus. Essere consigliere o deputata per qualche anno o mese non ha la stessa portata.

Molte donne mi han dato ragione, mi dice. Non ne dubito. Il controllo tra pari è una costante dei sistemi dominanti e dominati. Qui si apre il discorso sulla violenza simbolica indagata da Pierre Bourdieu: “Una violenza che i dominanti esercitano sui dominati, e che gli stessi dominati – non riconoscendola come violenza, ma assumendola come ordine delle cose – tendono a legittimare e riprodurre () quella forma di violenza che viene esercitata su un agente con la sua complicità” 

“Le donne sono invidiose” – ad esempio – è una credenza diffusa che universalizza la dinamica del controllo tra pari. Invidiosa è la donna che gareggia per l’approvazione del maschio (sia essa sessuale, sociale o di potere). Nonostante a essere così siano una minoranza, va da sé che è la minoranza sotto lo sguardo  maschile (per il quale si batte). Se fosse un uomo a difendere la posizione si parlerebbe di territorialità.

Non sono riuscita a convincerlo, penso continui a sentirsi ingiustamente accusato.

Eppure mi chiedo: se invece di Chiara Gribaudo ci fosse stato il deputato Jean-Léonard Touadi (di origini congolesi) con lo stesso comportamento imputato a lei, come si sarebbe tradotto il nomignolo? Avrebbe usato antichi abbinamenti tipo:  bianco/nero, bello/brutto, bene/male, pulito/sporco perché di immediata comprensione popolare? Non credo

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Quello che sembra stiano dimenticando in troppi è che la cultura non è una e che è in continua trasformazione. Opera delle selezioni, include nuovi elementi e ne abbandona altri. E per essere considerata cultura deve essere condivisa. Ora sappiamo che le donne sono poco più della metà. Purtroppo nel sistema di dominio culturalmente più universale e consolidato è ovvio che ci sia tantissimo da fare.

Nonostante oggi a grandi linee si ammetta l’esistenza di una diseguaglianza ingiustificata tra uomini e donne, ci sono grosse difficoltà a affrontare culturalmente il problema.

PS. Ringrazio Fabrizio Biolè per non essersi sottratto al confronto.

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