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Io ho un sogno: se M.L.King vivesse oggi e fosse un’italiana

English: Photograph of Rosa Parks with Dr. Mar...

Stamattina mi sono svegliata con quel bisogno di visione di ogni italiana e italiano. Berlusconi, sempre lui. La politica, le opinioni, che viste in tv sembrano esclusiva maschile.

Mi viene in mente Martin Luther King. Un grande uomo con grandi pensieri. Mi chiedo: che direbbe oggi se fosse vivo, donna e italiana?

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Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più ,dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Più di duecento anni fa una grande francese, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Questo fondamentale documento venne come un grande faro di speranza per milioni di donne che erano state bruciate sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma duecento anni dopo, la donna ancora non è libera; duecento anni dopo, la vita della donna è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; duecento anni dopo, la donna  ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; duecento anni dopo; la donna  langue ancora ai margini della società italiana e si trova esiliata nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni italiano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutte le persone, si, le donne tanto quanto gli uomini, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’Italia è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda le sue cittadine. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’Italia ha consegnato alle donne un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’Italia l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia sessista alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza delle donne non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 2013 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che le donne abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagate, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in Italia né riposo né tranquillità fino a quando alle donne non saranno concessi i loro diritti di cittadine. I turbini della crisi continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità delle donne non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità degli uomini, perché molti dei nostri fratelli uomini, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due sessi. Non possiamo camminare da sole.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatte?” Non saremo mai soddisfatte finché la donna sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposta dalla polizia (nei CIE, nella prostituzione, quando denuncia..Nota mia).

Non potremo essere soddisfatte finché gli spostamenti sociali davvero permessi alle donne saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno italiano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutte le persone sono create uguali.

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della langa le figlie di coloro che un tempo furono masche e i figli di coloro che un tempo le perseguitarono, sapranno sedere insieme al tavolo della cittadinanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato italiano, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per i loro genitali, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!.

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di cittadinanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono le mie madri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’Italia vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato italiano.

Risuoni la libertà dalle Montagne imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello e costa. Da ogni pianura risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, donne e uomini, di ogni religione, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Libere finalmente, libere finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi tutti finalmente”.

Martina Luteri Re

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