diario · emozioni · femicidi · genere · razzismo · relazioni · sessismo · visioni

Metabolizzando la grammatica delle relazioni.

Qualche giorno fa ho ascoltato la  lectio magistralis di una magnifica Michela Marzano “Disordini di genere, ovvero come riscrivere la grammatica delle relazioni umane” (durante un convegno promosso dalla cooperativa Momo , all’interno del progetto “Grandarte”).

Marzano ci conduce alla scoperta del controllo e di come la vita sia scandita sin dall’infanzia dalle aspettative degli altri, che adottiamo e generano la pressione ad avere controllo su di sé. Più una persona è controllata migliore è la riuscita sociale. Tutto questo controllo però, ci avverte, impedisce il riconoscimento della propria fragilità. La fragilità spaventa, perché contraria al controllo: è l’altro che è in noi. Ognuno ha il suo abisso, ci dice. La reazione di rifiuto nei confronti della fragilità altrui, è come una proiezione di questa censura della propria. La sua carriera universitaria, ci spiega Marzano, è stata esemplare, pertanto lei può considerarsi persona di merito. Ma contemporaneamente cresceva l’abisso personale, e l’anoressia ne rivendicava il riconoscimento. Aspettative sociali e personali verso se stessi, controllo e idea di merito impediscono questo riconoscimento.

La fragilità è l’Altro che è in noi.

Ma allora una persona che esiste in funzione del controllo, delle aspettative degli altri, del successo, che non riconosce il proprio abisso interiore, può arrivare a fare quello che certi uomini stanno facendo: non riconoscere l’umanità dei profughi, o uccidere le donne che a loro volta non corrispondono alle aspettative e contraddicono l’immagine da “vincente” di questi. (In questo contesto si declina la banalità con cui viene commesso il “male”. Nel non voler pensare e riflettere su quello che si sta facendo. Nel limitarsi ad obbedire senza più essere capaci di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato). Di qui la necessità di riscrivere la grammatica delle relazioni.

L’idea di un’alterità personale e della relativa rimozione è avvincente. Se la reazione violenta maschile nel contesto di rapporti di prossimità è collegata all’idea di vincente che viene messa in crisi in chi agisce, cosa determina questa differenza? Perché il sintomo riguarda in maniera così preponderante uomini invece che donne? So che successo e immagine da vincente sono declinati per genere, non sono la stessa cosa per un uomo e per una donna.

Torno all’abisso e alla sua censura, evocate da Marzano. Penso al silenzio degli uomini, l’autocensura dovuta e costante rispetto alla sfera emotiva e relazionale. Anni fa avevo un capo fermamente convinto che le donne fossero “persone emotive”. Generalmente il suo commento era: è in gamba, ma è un’emotiva.

Uno stesso elemento però assume valori diversi, venendo considerato segno di forza o di fragilità. Penso alle celebri lacrime di Fornero e a quanto furono citate, sempre messe in relazione al suo essere donna. Eppure altri hanno lacrimato, ma da uomini. Qui allora il pianto diviene tocco di colore, accennato disvelamento di passione civile e non collegato direttamente all’essere uomo.

Giorni fa ho condiviso la foto di Rosa Parks, la donna icona della rivolta dei bus (una sua vicina era stata uccisa, la giovane Claudette Colvin era stata maltrattata per la stessa protesta) sulla pagina social di Se Non Ora Quando? Cuneo. Quasi all’istante è comparso il post di un signore che avevo già notato altrove per commenti alle tragedie dei migranti inghiottiti da Mediterraneo. Delicatezze del tipo “dovevano sparare ai barconi”. Il suo post teneva un registro  “galante” e accondiscendente: “il signore del bus che non si era alzato era solo un villano, una signora va sempre lasciata sedere”. Rosa è entrata nella storia come esempio coraggioso di affermazione di diritto ma questo signore la ricaccia nell’angolo: quisquiglie, era una donna, andava lasciata sedere , in ossequio al sesso debole (se ancora cercaste conferme del fatto che il genere è fattore di discriminazione principale). “Villana era la legge”, ribatto. Di qui in poi si sviscera la solita macabra danza che porta al suo inevitabile “dovevano sparare ai barconi”.

Oggi penso a l’altro che è in quel signore e a quanto deve fargli paura. Io tifo per l’altro..

Annunci

5 thoughts on “Metabolizzando la grammatica delle relazioni.

  1. ci sono anche donne che non riconoscono l’umanità dei profughi. Successo, insuccesso, vittoria, perdita, forza e fragilità possono appartenere a uomini e donne, tutto sta in come le vivi.

    Mi piace

  2. Mi dispiace del primo commento il fatto che puntualizza qualcosa che evidentemente si ritiene messo in dubbio. Lo dico perché mi pesa come un pregiudizio, considerato i temi di questo blog. Quanto al secondo non solo condivido, ma credo apra un fronte particolare, ovvero quello della percezione di follia e lucidità, o ancora di handicap mentale e follia, di sano e malato, di normale e anormale. Sono stata oggetto di stalking per una decina di anni e ancora oggi non penso lui fosse pazzo. Troppa lucidità in tutto. E quando dopo 10 anni per la prima volta ha subito una conseguenza il comportamento è cessato. Eppure come non definire folle quello che ha fatto?
    .

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...