antropologia · visioni

Le parolacce per dirlo

Premetto che sono una persona dal linguaggio colorito.

Farne a meno sarebbe smorzare il mio sistema comunicativo, che peraltro in ambito formativo funziona.

Dal modo che le persone hanno di  parlare colorito puoi comprendere molto, specialmente dal modo che le persone hanno di insultarsi. 

Mi sta capitando l’occasione di lavorare in classi superiori molto composite per età, sesso, provenienza, religione e condizioni personali. 

Durante l’attività, un ragazzo marocchino, che normalmente tiene un atteggiamento spavaldo, ha ammesso riottosamente che un certo modo di scherzare tra compagni è razzista. Lui finge indifferenza e riproduce a sua volta battute razziste per non mostrare di esserne ferito. Per spiegare ha riportato un aneddoto di un’ora prima, quando, durante la proiezione di un documentario sullo sfruttamento del lavoro nero di immigrati, una compagna ha additato una donna dicendogli che era sua madre.

Questo modo di scherzare implica alcune idee:

– Che la donna del documentario è disprezzabile, in quanto in condizioni non dignitose, meno umana e più bestia. In una parola: de-umanizzata.

– Che la mamma marocchina, in quanto tale, è una donna in condizioni non dignitose, assimilabile alla donna del documentario.

– Che entrambe le donne sono disprezzabili.

Questo tipo di comunicazione è considerata scherzosa dalla ragazza. L’evento è emerso perché stiamo mappando i gruppi in classe e ho identificato una coppia di ragazze velate piuttosto isolate dai gruppi. Anche in quel caso c’era stato uno scambio di insulti attraverso voci riportate, facebook e wathsup, che aveva coinvolto la classe ed era considerato risolto in autonomia durante un’assemblea di classe. In quel contesto il ragazzo, pur essendo mussulmano, non aveva ritenuto di interessarsi della vicenda delle ragazze. Dal mio sollecitarlo a esprimersi è emerso il suo verdetto di razzismo.

Le tensioni in corso sono di tipo razzista, ma anche sessista…

 

 

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