femicidi · Violenza simbolica e discriminazione

Dignità e violenza

mafalda

Ci risiamo, si avvicina il 25 novembre, Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne.

Come accade per ogni commemorazione, molti alzano fitte nebbie di stereotipi, luoghi comuni, eroi ed eroine della domenica. In prima linea, manco a dirlo, il discorso mediatico e politico, sempre pronto a buttar tutto in caciara. Non a caso in tema di prevenzione e contrasto ci si appella più alla sensibilità che alla competenza, con risultati sotto gli occhi di tutti.

Rimane poco spazio per la voce di chi lavora concretamente a prevenzione e contrasto.

Quest’anno la mia parola chiave è: dignità.

Dignità di persone per le donne, a prescindere dalla loro condizione personale. La pretendo da cittadini, cittadine e istituzioni.

Significa ad esempio non considerare una lavoratrice o una candidata a partire dalla sua supposta appetibilità sessuale, dalla sua compiacenza, o dalla sua sessualità.

Significa non sfruttare la sua voglia di far bene sotto inquadrandola ma caricandola di responsabilità non riconosciute e non pagate. Sempre che un lavoro ci sia, e naturalmente in tempi di crisi le prime senza son le donne.

Sul lavoro significa non considerare il sesso come discriminante. In gioco c’è non solo la palese iniquità relativa al lavoro di cura sulle spalle delle donne, ma il mantenimento del peso stesso di questo stereotipo anche laddove la donna non ha questo elemento percepito come “handicap lavorativo”.

Mi sfugge ad esempio perché le giovani vengano discriminate in quanto in età fertile, ma in meno pausa la  considerazione non cambi. O perché le donne siano escluse da lavori considerati faticosi e usuranti per il sesso debole, quando il lavoro della badante – che di certo non è estraneo a queste caratteristiche – è quasi solo femminile. Recentemente ho scoperto che una badante convivente che accudisce una persona completamente non autosufficiente 24 su 24, può venir pagata come se lavorasse 40 ore settimanali, e che dallo stipendio le viene detratta anche una piccola somma per vitto e alloggio, ad esempio.

Poco dignitoso e molto ipocrita è il discorso trito e sempre più indigesto della donna che non denuncia (laddove meglio sarebbe concentrarsi sull’impunità dei colpevoli e sugli attacchi alle vittime, sulle condizioni sociali che rendono meno peggio tollerare certe situazioni che affrontarne di peggiori come la vita in strada, il rischio di affidamento di minori a servizi sociali, la violenza simbolica ed economica dei processi ecc..).

Assolutamente pesante la superficialità con la quale i più liquidano il tema, come se una volta uscite dalla situazione non ci fossero conseguenze da gestire.

La mia frustrazione maggiore è dedicata all’incapacità di rispetto nei confronti di chi ha vissuto certe situazioni. In questi giorni ho fatto una breve ricerca su internet, scoprendo che il terreno della regolamentazione in questo senso è piuttosto vergine. Non ho trovato una carta che delinei una deontologia, un regolamento di funzionamento per la rete anti violenza. Questo crea problemi etici non indifferenti. Perché non ci si è posti il problema?

Del discorso sulla violenza ricapitolo alcune classificazioni:

violenza psicologica, che svilisce e umilia; violenza fisica; violenza sessuale e molestie, che includono le osservazioni a sfondo sessuale e l’esibizione di pornografia; violenza economica, che implica ogni forma di limitazione che esclude la donna dall’indipendenza economica.

Con un minimo di onestà intellettuale non mi pare impossibile riconoscere queste violenze in prassi sociali consolidate, delle quali ho fatto un elenco assolutamente non esaustivo.

La dignità dunque è altrove.

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