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Occhi umidi per donne che non rispetti

Domani sera al cinema Monviso proietteranno il documentario Donne dentro.

Mi fa male pensarlo. Convinta che i rospi vadano sputati, ne scrivo qui.

Il progetto del documentario mi fu presentato come supporto formativo per le scuole, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, gli avvocati eccetera. Missione che approvo moltissimo.

In effetti il documentario  è uno strumento efficace, a lasciarmi sgomenta è il suo utilizzo. Per farvi un’idea del cattivo utilizzo di un buono strumento, provate a mangiare spaghetti con un coltello.

Lo scorso anno parlarono di una proiezione al cinema locale. Su 5 donne, 4 sono di Cuneo. Mi sembrava una cosa morbosa, tesa a far spettacolo,  con quel gusto piccante del guardare dentro casa dei vicini. Comunque era la presentazione, sembrava evento singolo, un atto dovuto per gli sponsor. Ho spiegato le ragioni del mio non esserci, respingendo ripetutamente l’invito a partecipare alla proiezione. Consideravo contro producente giocare al far sensazione: “abbiamo le vittime in sala”. L’effetto zoo è de umanizzante. Se dovessi scrivere un regolamento sulla formazione a prevenzione e contrasto della violenza di certo il divieto di spettacolarizzazione sarebbe tra i primi punti.

Il fatto che tutte le donne coinvolte fossero state reclutate attraverso il centro anti violenza mi faceva pensare che lo stesso avrebbe avuto voce in capitolo anche sul suo utilizzo, ma non  è stato così.

Come protagoniste abbiamo aperto la nostra casa e un privato doloroso allo sguardo impietoso di telecamera e faretti. Lo abbiamo fatto per ore e ore, a titolo gratuito e nella convinzione di fare bene.  Triste ricavarne oggi un senso di svilimento. Durante le riprese, ricordo attenzione a evitare che facessimo riferimento a luoghi specifici. Oggi mi sento truffata da quell’atteggiamento a dir poco ipocrita alla luce dei fatti. Cuneo è un piccolo centro. Potevo immaginare che il documentario sarebbe diventato lo spettacolino annuale di zona? Ho firmato una liberatoria sulla base della fiducia nel centro anti violenza (credendo che avrebbe avuto voce in capitolo e conoscendone la serietà). La gestione del documentario non ha coinvolto  Mai+sole nelle decisioni. Potevo immaginare che in un progetto del genere non si ritenesse corretto e opportuno usare la competenza del centro che ha fornito le donne?

Lo scorso anno una seconda proiezione è stata bloccata a seguito delle nostre proteste.  Tra l’altro una delle protagoniste aveva temuto per la sua incolumità e quella dei figli minori. Ero andata a prenderla al lavoro e avevamo allertato le forze dell’ordine. Ma i fatti dimostrano che lo scorso anno il motivo del blocco è stato di ordine burocratico, non etico.

La rete anti violenza, che sceglie questa modalità di diffusione, NON è il centro anti violenza, ma una piattaforma in capo all’assessorato alle pari opportunità, che raccoglie rappresentanti di istituzioni, enti e associazioni. Lo specifico onde evitare che il lavoro di Mai+sole – serio, concreto, competente, onesto – possa venire infangato da queste scorrettezze.

Mi auguro che questo sfogo possa essere occasione di riflessione, e stimolo affinché tutte le reti anti violenza si dotino di un regolamento di tutela e rispetto per le donne vittime di violenza.

Svilire è violenza. Esporre è pericoloso.

Mostrare occhi umidi per donne che non rispetti è insultante. 

 

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