femicidi · tra il dire e il fare

Violenza glamour e vita reale

Intorno al 25 novembre, il tema della violenza sulle donne è sotto i riflettori. Nella società multimediale del like come ragione di vita, questo comporta molto rumore a sproposito, ma anche un’occasione di parola alla cittadinanza da parte di chi concretamente affronta un fenomeno sociale e culturale che ancora stenta a essere percepito come un male comune da risolvere. Comune non solo perché le potenziali vittime costituiscono la metà della popolazione, ma anche perché le conseguenze sono nefaste pure per l’altra metà. Nonostante la maggior parte degli uomini pensi che la violenza sulle donne non li riguardi (auguro loro che la vita non li metta di fronte alla realtà di una persona cara annientata dal demone del dominio maschile).

Tutto questo per dire che la becera ricerca di visibilità può far da tritatutto danneggiando ulteriormente le donne attraverso la promozione della violenza come spettacolo. Una vera porcata, considerato che la spettacolarizzazione della violenza non fa che annullare il pensiero, rinvigorire gli stereotipi, parlare alla pancia e agli istinti bassi. Soprattutto, lo spettacolo allontana dalla realtà.

Eccolo un volto di donna picchiata dall’ex. Come vedete, nonostante si tratti di una modella, la realtà non è affatto glamour.

Alexandra Sereda sfigurata dall'ex

Nella vita reale l’ipocrisia cannibalizza le vittime.

Nella vita reale non ci si pone il problema di una deontologia, un regolamento condiviso per le reti anti violenza. Qualcosa di pratico, che metta insieme le buone prassi e le competenze di chi sa di cosa sta parlando (I centi anti violenza attivi da tempo sul territorio, appunto). Questa mancanza è pericolosa. Può succedere che un-a politico-a locale si vanti di una casa segreta svelandone di fatto la localizzazione. O che le sopravvissute vengano sfruttate per far spettacolo invece che formazione, fregandosene delle possibili conseguenze e istigando la morbosità popolare.

Nella vita reale ancora non abbiamo un monitoraggio del fenomeno della violenza sulle donne e relativo rapporto annuale istituzionale, in piena inadempienza con la Convenzione di Istanbul e la sua legge di ratifica e con CEDAW (Convenzione ONU per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione Contro le Donne). La relazione della relatrice speciale ONU contro la violenza sulle donne contiene le raccomandazioni all’Italia. Sarebbe carino che venissero prese in considerazione, darebbe la gradevole impressione di uno Stato non colluso con il fenomeno.

I dati che girano sui femminicidi in Italia provengono dall’impegno di attiviste che si arrangiano con le rassegna stampa. Oppure si riferiscono all’indagine Istat datata 2006. Giorni fa girava una notizia ANSA che parlava di un rapporto Eures sul femminicidio. Ho immaginato che il Governo avesse delegato il monitoraggio a Eures. Ho cercato il rapporto e scoperto che non esiste. Ne esiste uno su “omicidio volontario in Italia”, visionabile a pagamento, che contiene un paragrafo dedicato al femminicidio.

Nella vita reale, i centri anti violenza finiranno per avere finanziamenti insignificanti, mentre si cerca di creare un sistema parallelo di centri istituzionali con competenze improvvisate le cui procedure, ancora “ingessate” in rigidi criteri burocratici, non saranno in grado di rispondere alle domande delle donne vittime di violenza. Questa la conclusione dell’avvocata Titti Carrano, presidente di D.i.Re, rete nazionale di centri anti violenza, in merito al pasticciaccio del decreto del Presidente del 24 luglio 2014, che regola la ripartizione di 17 milioni di fondi per il contrasto alla violenza di genere.

Nella vita reale l’abuso svilisce anche te. Chiunque tu sia.

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