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Gli auguri di antropologiaesviluppo, ovvero il Natale visto da quì

Il Natale è usanza globale della società dei consumi. Babbo Natale come lo conosciamo oggi è la sua icona più nota: un ciccione dalla barba bianca, vestito di rosso. Questo aspetto è stato elaborato nel 1931 dalla Coca Cola, che lo ha disegnato esattamente con i colori del logo della multinazionale.

Questo signore è evidentemente un mago, o strego che dir si voglia, avendo egli la facoltà di viaggiare in ogni dove nell’arco di una notte, volando su una slitta trainata da renne, per elargire doni a tutti i bambini. La convenzione del dono non riguarda solo i bambini e vincola generalmente anche gli adulti. Così – come sempre quando si tratta di commercio – spunta la sua versione femminile, con la solita iconografia sessista: Babbe Natale sexy, giovani, snelle e possibilmente seminude. Digitando su google immagini “babba natale”, ne troverete una carrellata. Ecco qualche esempio casuale:

Confrontiamo ora con esempi casuali di quel che generalmente appare digitando “babbo natale”:

Dunque, se è vero che il Natale discende dai Saturnali romani, è altrettanto vero che ne ha abbandonato  le istanze egalitarie e di ribaltamento di ruoli. Il Natale del consumo è quanto di più stereotipato e discriminatorio. Lo scambio di doni e auguri comporta una convivialità ritualizzata che comprende cene tra colleghi o amici, saluti e incontri da tenersi obbligatoriamente entro la sera del 24 dicembre. Sia il Natale del consumo che quello religioso, inoltre, prevedono uno o più pasti che obbligano a rappresentazioni della famiglia.

A Natale, infatti, è d’obbligo incontrarsi in famiglia, con conseguenze dolorose in caso di lutti, rotture, tensioni. Infatti suicidi e violenze raggiungono picchi elevati in questo terrifico periodo.

Considerato che a Natale la convenzione del buonismo e dell’ottimismo è obbligo, volentieri mi adeguo con una riflessione positiva. La crisi che morde sempre di più e la nausea di quel che ci circonda, mi pare stia modificando la corsa al consumo per lo scambio obbligato di doni, il che è una magnifica, seppur sofferta, liberazione. Guardandoci intorno è palpabile una nuova tendenza a lasciarsi scivolare addosso la frenesia prefestiva.

Il Natale religioso celebra il mito della nascita del figlio del dio, un bambino di nome Gesù. Una giovane vergine incinta, che mette al mondo l’incarnazione del dio, lo stesso che maledì le donne al grido di “partorirai con dolore”. La Madonna non partorisce, anche perché ammettere un vero parto implicherebbe una rottura della verginità fisica, soprattutto significherebbe che anche lei è dotata di vagina. Termine orrido e impuro. Del resto la donna è accessorio, il protagonista è il neonato, mai rappresentato come tale, ma come bimbo già dotato di capelli e con una fisicità da pupo almeno di sei mesi. Se il Natale religioso prevale verrà detto ai bambini che a portare i doni è Gesù bambino.  Rigorosamente biondo con gli occhi azzurri, come la maggior parte delle rappresentazioni della madre divina, nonostante le origini non esattamente nordiche, che logica vuole la farebbero somigliare a una delle ragazze velate di oggi oggetto di discriminazione nel nostro Paese. Nel Natale religioso, comunque, la forma vuole che si volga lo sguardo pietoso ai poveri e si sia “più buoni”. Il tema della famiglia, secondo un modello che non è più dato di incontrare nella realtà, viene riproposto. Idealmente le famiglie nucleari si trasformano in famiglie da inizio novecento, con nonne e nonni imbiancati e bande di bambini.

Concludendo, che si tratti di Natale del consumo o religioso, a elargire i doni sono Babbo Natale o Gesù bambino, dunque  mani maschili. E – nonostante celebri una nascita – nel Natale la vagina viene ammessa solo nella sua accezione di oggetto sessuale, al servizio del consumo.

 

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