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Femminicidio, femmina, femminismo. Quando a uccidere sono i simboli

“Il maschio democratico che non prende una netta e manifesta posizione su quest’emergenza (femminicidio) è come il cittadino del Sud che non prende personalmente posizione contro le mafie, tranquillizzandosi all’ombra della propria onestà.” Roberto Mussapi

A volte accadono episodi eclatanti di violenza come l’assassinio, lo stupro, il pestaggio, ma molto più spesso  la violenza è verbale, gestuale, psicologica, simbolica.  L’accostamento della citazione di apertura con il fenomeno delle mafie è quanto mai pertinente, se si considera come queste vengano percepite in quanto piaga sociale e come ancora invece il femminicidio continui a essere considerato una questione da donne.

Secondo il report delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, Il femminicidio è crimine di Stato a causa di pratiche discriminatorie nei confronti delle donne.


Voglio affermare qui con forza che a livello istituzionale occorre che a occuparsi di pari opportunità debbano necessariamente esserci persone femministe.
Sembra un’ovvietà, dato che il femminismo è lotta per l’uguaglianza, ovvero esattamente il mandato delle pari opportunità. Eppure non lo è, se i fatti mostrano che – con uno slittamento di senso agghiacciante – si incaricano donne, ovvero femmine, invece che persone femministe, laddove il punto non è il sesso biologico, ma l’attivismo per uguali diritti.

Esiste un femminicidio culturale, politico, economico, istituzionale. Una violenza simbolica che coinvolge dominanti e dominate, che hanno incorporato modelli culturali al punto da non percepirli come tali (Bordieu). Non è un caso che i numeri delle donne uccise siano forniti da associazioni, e non da rilevazioni istituzionali, nonostante le uccisioni di donne operata da uomini in rapporti di prossimità con loro abbiano assunto una portata non inferiore a quella delle vittime di mafia, la percezione di questi delitti non è quella di crimine antisociale. Lo Stato, nonostante le legge lo preveda, non conta le cittadine ammazzate. L’unica rilevazione statistica è l’indagine ISTAT del 2007, riferita al 2006, che conteneva tutte le premesse di quel che possiamo raccogliere oggi.

Nominare le cose è espediente culturale universale per ordinare il mondo, eppure la nozione di femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna in quanto tale, è entrata a piccoli passi nel nostro linguaggio, e non senza resistenze sia da parte di donne che di uomini.

Un certo modo di parlare, appreso nell’infanzia, che utilizza il maschile neutro, diventa per automatismo il modo di percepire il femminile come subordinato al maschile dominante. Ancora oggi in molte lingue europee utilizziamo il maschile plurale quale forma neutra per i gruppi che includono donne e uomini, mentre il femminile viene usato per quelli di sole donne. Il maschile neutro, di fatto, occulta nella percezione sia la presenza che l’assenza di donne. La presenza femminile viene dunque oscurata. Una mancata declinazione femminile si nota specialmente in caso di ruoli di potere. Di tutte le forme di “persuasione occulta”, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose, affermava Bordieu.

In Italia l’Accademia della Crusca si sta prodigando per far entrare nel lessico comune parole che declinano per genere competenze e professionalità, esercizio a quanto pare relativamente semplice per mansioni ritenute poco  autorevoli, ma difficoltoso allorquando le professionalità sono elevate. Così una Prefetta viene istituzionalmente nominata secondo la declinazione maschile “Prefetto”. Lo stesso per una Questora. E che dire dei professori universitari? Si è “professore” associato anche se donna.

L’importanza cruciale di un linguaggio non discriminatorio è rilevante, se consideriamo cosa accade nei fatti. Nonostante l’Italia sia uno Stato democratico con  più della metà della popolazione di sesso femminile, il pensiero delle donne stenta a essere preso in considerazione. L’Osservatorio di Pavia ha monitorato che fra gli esperti intervistati nei Tg italiani solo il 10% è di sesso femminile (il restante 90% è di sesso maschile). Dentro le notizie sono state esplorate diverse questioni, fra cui la centralità femminile: solo nell’8% dei casi, le donne, come singole o come gruppo sociale, sono il focus dell’informazione. La televisione, prima agenzia educativa persino nelle case nelle quali è assente, ci mostra un mondo nel quale l’opinione di una donna è evento straordinario. Non un dettaglio, considerato poi cosa può comportare la scoperta che una donna ha una sua opinione, una sua volontà che prescinde dall’uomo abituato così diversamente.

Discriminare è percepire l’altro come qualcuno a cui manca qualcosa. Chi discrimina è incline all’oggettivazione della persona, privata così della propria essenza umana e della propria personalità.

Il mancato riconoscimento di una piena umanità della donna raggiunge il suo apice con il fenomeno della colpevolizzazione della vittima. Generalmente la morte induce le persone a una sorta di santificazione del defunto, ma la regola cambia quando a morire è una donna uccisa, magari da un uomo a lei familiare. Questo perché la de umanizzazione permette di giustificare l’aggressività sull’altro.

Una ricerca di G.T. Viky-D. Abrams (2003), ha sottoposto immagini varie di donne e uomini, tra le quali anche alcune oggettivate e sessualizzate. E’ stato osservato che le immagini oggettivate e sessualizzate di donne ottenevano una maggior percezione de umanizzata, avvicinandole all’animalità. La reazione riguardava però solo le immagini di donne, suggerendo che l’oggettivazione e la sessualizzazione sia denigratoria solo per le donne. Insomma, mentre un uomo a dorso nudo rimane persona, altrettanto non accade per una donna poco vestita. Questa visione rimaneva invariata a prescindere dal genere dei partecipanti alla ricerca ai quali le immagini erano state sottoposte. Per le donne la de umanizzazione deriva dalla mancata identificazione, per gli uomini la de umanizzazione va di pari passo con l’attrazione sessuale. Si apra un qualsiasi giornale, si accenda la tv e si traggano le debite conclusioni a riguardo. Media, stereotipi culturali, educazione e politiche di uguaglianza sono gli ambiti concreti di prevenzione della violenza.

In merito alle politiche di uguaglianza un esempio pratico è la constatazione del mancato sguardo di genere. Secondo i criteri di assegnazione, il regolamento dell’agenzia territoriale per la casa di Cuneo prevede quali categorie speciali: anziani, famiglie di nuova formazione, disabili, emigrati, profughi. Non mi risulta che le donne vittime di violenza siano considerate categoria speciale, né lo siano le madri single, o le donne  separate. Questo nonostante ricorrenti raccomandazioni internazionali a sostenere l’autodeterminazione delle donne per un’efficace azione a prevenzione e contrasto della violenza. Gli ambiti nei quali metter mano a una revisione dei criteri e dei sistemi di pensiero attraverso i quali si esprime l’efficacia dell’azione amministrativa sono diversi. Si pensi alla questione della genitorialità e della famiglia, a quali modelli di riferimento incorporati possano intralciare l’umanità dell’intervento dei servizi sociali, appesantiti da strutture culturali lontane dalla realtà delle nuove famiglie, di nuove madri e nuovi padri, di famiglie allargate non regolamentate culturalmente.

Una concreta strategia di intervento coordinata contro la discriminazione delle donne è un vantaggio sociale per tutti…

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3 thoughts on “Femminicidio, femmina, femminismo. Quando a uccidere sono i simboli

  1. citano sempre questa ricerca del 2003 che io prendo con le molle, ma solo una persona, mezza nuda o no, può essere sexy e sensuale e per questo ci attrae. La sensualità e l’eros anche nelle forme più “prosaiche” fanno parte dell’umano, fanno parte della vita, di noi e in sè non sono degradanti nè oggettivanti

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