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Social Isis

Prima di fenomeni come Isis o i vari tentativi di Jihad globale, ovvero i primi anni ’90, il tema del misticismo in politica sembrava davvero destinato a essere storicizzato o, al massimo, ad essere localizzato in territori in via d’estinzione antropologica o politicamente irrilevanti“.

Redazione Infoaut, in Crocifissioni riprese dallo smartphone. Antropologia politica di Isis

La prima volta che mia figlia mi ha sentita sbottare incredula per l’inesistenza di un terrorismo politico italiano si è scandalizzata. Le ho spiegato che non intendevo inneggiare al terrorismo politico, piuttosto consideravo che, nonostante mancanza di lavoro, crisi economica, allargamento della fascia di povertà, oggi il terrorismo sia religioso, con un fulmineo quanto superficiale slittamento verso lo scontro di civiltà: i terroristi islamici sono barbari.

Secondo Omero il barbaro era colui “le cui parole somigliano ad un balbettio”. Per Aristotele era generalmente asiatico, superstizioso, ignorante ed incline alla schiavitù. Marcel Proust considerava barbaro chi  avendo conosciuta la civiltà, ne tradisce i valori. Come osservato, Isis è barbara perché le parole dei suoi militanti sembrano un balbettio di lingue incomprensibili, e perché si mostrano inclini alla superstizione e alla schiavitù (sottomettendosi incondizionatamente alla parola del corano interpretata in modo radicale). Inoltre, nella continua attenzione mediatica sui militanti Isis provenienti da occidente, si applica la categoria più moderna di barbaro: quella che si riserva a colui che ha conosciuto la civilizzazione e ne tradisce i valori.

In effetti, la ricerca di senso è aspirazione legittima dell’antropologia.  Pochi mesi dopo questa considerazione tra madre e figlia, di terrorismo religioso si è straparlato a partire da un attentato tagliato apposta per questo. Nel cuore della città dei lumi, contro la redazione di un giornale satirico. Simboli su simboli. Perfetto per rappresentare lo scontro di civiltà. Ottimo per rispolverare settecenteschi furori, sconvolgendo gli animi attraverso la produzione di un terrorismo fatto di selfie e video. Lo stesso codice usato dai bulli che filmano il pestaggio della vittima.

Il o la terrorista agisce la violenza, arrogandosela come un diritto sulla vita altrui. Isis impone un regime di terrore. Lo fa usando un linguaggio globale per immagini e i social per attirare volontari che traducano i testi video. Video di esecuzioni fatti apposta per destinatari europei o americani, che vengono caricati su internet, rimbalzano nei telegiornali, nutrono il terrore di paura.

Le crocifissioni dei ladri a Raqqa, riprese dallo smartphone da un gruppo di ragazzini e documentate da Vice News, e le teste dei nemici infilate sui giardini dei cancelli della stessa città altro non sono che materiale caldo per twitter. Postato sia come orgogliosa prova dell’implacabilità di Isis che come allarmata denuncia della sua ferocia

Il gusto della violenza e del sangue è alimentato da moltissima produzione di immagini e video. Basta accendere la televisione e fare un pò di zapping per venire investiti da  stupri, omicidi, esplosioni, sangue. Il linguaggio dei videogiochi con tutta la sua carica aggressiva è noto a  Isis, che lo conosce bene e crea filmati di proganda che lo utilizzano. È un linguaggio per il grande pubblico, quello cresciuto, in tutto il mondo, su Playstation prima ancora che su X-Box

La cultura dei contenuti istantaneamente diffusi ha dei processi di accelerazione produttiva che salta confini fisici e antropologici. I soldati americani hanno esposto per primi su youtube e social network  corpi come trofeo (a Falluja, Ramadi, Bagdad etc). L’antropologia politica di Isis non è tutta ripiegata all’interno della cultura araba o del mondo islamico. È un prodotto del globale. La definizione di cultura occidentale e non occidentale, sia sul piano simbolico che su quello politico, è precedente ai processi che stiamo vivendo. L’uso reiterato dell’immagine vivente e del montaggio da parte di Isis, e anche delle didascalie e dei simboli in arabo o di quelli presi dai nostri caratteri alfabetici, parla un linguaggio globale che assorbe quello di Hollywood.

Il califfato non è tanto localizzabile in un preciso territorio. La digitalizzazione, come per la diffusione della stampa a caratteri mobili a suo tempo, si diffonde ovunque. Islamic radicalism and global Jihad  ha studiato Isis quando si chiamava Isi e copriva alcune zone sunnite dell’Iraq. Racconta di jihad come di una strategia dell’attenzione che “massimizza l’audience globale” su più piattaforme mediali. Isis non è quindi il primo fenomeno politico ad avere come obiettivo reale la massimizzazione dell’audience. Stavolta lo show globale ha una grossa novità: non promuove un gruppo della jihad, l’ennesimo sul mercato, ma la nascita di uno stato islamico.

La propaganda Isis ha un filone conosciuto tramite i tg, quello delle esecuzioni, della durezza della legge islamica. Un secondo circola in rete e lì si vedono la felicità e la leggerezza, della vita comunitaria islamica. I codici simbolici si fanno immagine vivente, funzionano e attraggono consenso da tutto il mondo.

Isis non è solo violenza ma anche assorbimento. Infatti, profondamente globale è il feticismo degli stessi oggetti comunemente usati in occidente. Per cui se il politico e la concezione del diritto separano, il feticismo degli oggetti unisce tutti. Tutto ciò che fa social e solidarietà comunicativa, e persino frivolo spettacolo occidentale, viene utilizzato come veicolo di propaganda di infiniti bagni di sangue del radicalismo islamico. Che così non si mostra prodotto orientale, esotismo dell’orrore, ma prodotto globale e interno alla cultura occidentale

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