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Nonluoghi 20 anni dopo

La sesta edizione dei Dialoghi sull’uomo è stata occasione di una riflessione dell’antropologo Marc Augé (accessibile grazie alla fantastica abitudine che certi eventi culturali stanno prendendo: la condivisione degli interventi su youtube).

L’uomo è un animale simbolico che necessita di relazioni sociali. L’ideale di ubiquità e istantaneità – sotteso ai social network – è contrario alle relazioni tra individui, che necessitano appunto del tempo e dello spazio.

Passiamo il tempo a tentare di fare luogo. La grande metropoli continua a darci riferimenti della grande storia, una sorta di geografia intima si mescola all’ordine collettivo della città. La pubblica piazza è luogo di incontri e scambi di parola. Ogni giorno creiamo degli abbozzi di luoghi, anche se effimeri e superficiali, penso al caffè, alla panetteria, ai negozi di quartiere. “Nelle campagne della mia Francia molti giovani hanno come punto di incontro i centri commerciali disposti tra un centro e l’altro”, racconta Augé. In questo senso tutto può diventare luogo. Ecco perchè alcuni cercano di creare luoghi nuovi, a volte in modo ludico come per i villaggi vacanze. Altre in modo più duraturo come i pensionati che si stabiliscono al mare perché aspirano a creare legami e relazioni nuove in un contesto propizio. Sotto forma più tragica vediamo i luoghi di questi migranti, scappati dal loro paese e rinchiusi in campi di transito ad attendere di arrivare in un luogo sognato. Per via del cambiamento di scala ormai il non luogo è il contesto di ogni possibile luogo. Questo è il sottinteso della globalizzazione: il passaggio a scala planetaria. Dunque un aspetto della crisi si deve alla tensione tra la necessità del luogo e questa nuova contestualizzazione.

Sappiamo che lo sviluppo demografico si è incrementato notevolmente. La popolazione della Cina odierna equivale a quella di tutto il mondo a inizio xx secolo. Abbiamo un paradosso: siamo dotati di tutti gli strumenti utili a darci un’idea unitaria del mondo, ma il divario tra i più ricchi dei ricchi e i più poveri dei poveri continua  a crescere. Vale anche nella sfera culturale. Non abbiamo saputo fronteggiare la crescita demografica e il risultato sono forme di violenza che spuntano ovunque. I regimi dittatoriali convivono con il mercato liberista. Secondo Augè stiamo vivendo la fine della preistoria dell’umanità planetaria. A titolo simbolico cita i progetti di turismo spaziale. Non propongono una veduta sul mare o sui monti, ma sul pianeta terra. Turisti abbienti si prenotano un posto per contemplare il pianeta da un’altitudine di un centinaio di chilometri. Allora, agli occhi di questi turisti che scopriranno il pianeta terra senza televisione la nostra terrà apparirà come luogo o non luogo? L’antropologo propone di ribaltare la domanda. Cosa rappresenteranno questi turisti agli occhi di altri? Faranno parte dell’oligarchia dei possidenti, per i quali il pianeta sarà un luogo che potranno percorrere in ogni luogo e sul quale realizzare ogni relazione. Si troveranno dalla parte del contesto. I non luoghi sono il contesto di ogni luogo oggi. Tra la necessità del luogo e questa contestualizzazione, le nostre metropoli sono città mondo sulle quali si possono leggere disuguaglianze sociali. Queste città mondo hanno come contesto il mondo città, ovvero il mondo come insieme di città. Oggi qualsiasi tentativo di fare luogo si colloca in questo contesto. Sarà arduo il cammino per passare dai luoghi di ieri a questi luoghi planetari. Un mondo che arriverà ma dovrà trovare nel dolore e nelle contraddizioni la sua cultura e la sua etica.

Ecco perché lungi dal parlare di fine della storia dobbiamo considerare che ora la storia comincia, conclude.

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