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Osservatorio nazionale sul femminicidio tra il dire e il fare

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Ho appena sentito alla radio di una bimba di otto anni che ha dovuto dare l’allarme perché il padre ha ucciso la madre e si è sparato. In questi giorni i delitti a sfondo sessista non si contano. Eppure sottoscrivendo la Convenzione di Istanbul avremmo dovuto farlo. Sul sito del Ministero dell’Interno troverete dati sugli omicidi volontari riferiti al 2013. In apposita colonna viene indicato “di cui donne”. Uno specchietto scorpora quelli in ambito familiare.

Con l’opzione di ricerca del sito del Ministero, digitando femminicidio, incapperete in fulgidi esempi di quanto il tema non sollevi nemmeno un’umana volontà di conoscenza del fenomeno: “Le donne in Italia, nel 2013, sono state il 35,7% delle vittime di omicidio, 179 su 502. Omicidio che in questi casi si chiama ormai femminicidio.” Come saprete, una  donna uccisa durante una rapina o un atto terroristico, non è  vittima di femminicidio, classificazione destinata a chi viene uccisa o abusata a causa della sua appartenenza al genere femminile. Se la vittima di rapina o terrorismo fosse un africano non per questo sarebbe considerato un delitto a sfondo razziale.

Vorrei sinceramente una smentita: ditemi che da qualche parte, nascostamente, si sta finalmente monitorando il fenomeno. Un ente istituzionale, o che venga istituzionalmente delegato, considerato che continuano a girare i dati dei  centri anti violenza (come se non avessero abbastanza da fare!), che si avvalgono di rassegne stampa e continuano ad affrontare questo schifo contando quasi solo sui loro mezzi, circondati da passerelle politiche, spot e corsi pretestuosi di amici di amici.  La legge disponeva:

Il Ministero dell’interno – Dipartimento della pubblica sicurezza, anche attraverso i dati contenuti nel Centro elaborazione
dati di cui all’articolo 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121,
elabora annualmente un’analisi criminologica della violenza di genere
che costituisce un’autonoma sezione della relazione annuale al
Parlamento di cui all’articolo 113 della predetta legge n. 121 del
1981. “

Il Ministero ha i mezzi, l’autorità e il ruolo per occuparsi di questo. E magari potrebbe persino spingersi a considerare le donne e gli uomini allo stesso modo, con una colonnina a testa. Sarebbe non solo consono alle elementari regole di pari opportunità, ma anche funzionale, considerato che di delitti collegati al femminicidio muoiono anche uomini e bambini…

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