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L’ora di antropologia: una scommessa antiraptus

citmead

A Genova in pieno centro un uomo impazza,  seminando il terrore con l’auto, cercando di investire l’exmoglie, travolgendo passanti, imboccando la strada contromano, tentando e ritentando.

Rifletto sull’istituzione della categoria Raptus e sul ripetersi della sua performace. Si parla di raptus. Di un’ironia significativa è leggere sulla striscia del link: manin-uomo-investe-moglie-zerbino (sul piano della realtà moglie è l’ex, zerbino è la piazza).

La cronaca pone sotto lo sguardo pubblico l’evidenza di una violenza nelle relazioni umane. Violenza che coinvolge luoghi, ambiti e livelli di prossimità diversi: dal globale al locale, dal materiale al simbolico, dal pubblico al privato. Abbiamo un fenomeno di violenza di genere particolarmente specializzato nelle relazioni di prossimità. Potere ed emozioni. A questo penso nell’osservazione partecipante del discorso sulla violenza. Alle gerarchie che disegnano, alle dinamiche dominanti e dominati, alla banalità del male.

L’organizzazione mondiale della sanità considera la violenza un problema di sanità pubblica. Come avrebbe guardato De Martino questi uomini raptus?

L’antropologia ci insegna a indagare attraverso le relazioni di parentela, politiche, economiche e sociali. Ci dice  che le emozioni sono manufatti culturali, ovvero che sono il frutto di un processo di inculturazione. Le reazioni emotive che bambini e bambine vedono agite e-o rappresentate intorno a loro vengono assimilate e archiviate come istruzioni per l’uso della vita e del mondo. Una realtà conosciuta anche empiricamente, dato che chi si occupa sul campo di violenza sulle donne finisce inesorabilmente a lanciare appelli e impegnarsi sul piano dell’educazione al rispetto. Una realtà riconosciuta almeno ufficialmente sul piano della legge, che blatera di un piano di prevenzione attraverso la scuola. Di scuola oggi si parla solo in termini economici e di potere. Il potere del preside sceriffo, i diritti dei lavoratori. La sua funzione e potenzialità vengono eclissate. Una risorsa inerte e vetusta della scuola, assolutamente non in discussione nel dire, fare e disfare della riforma, è l’intoccabile ora di religione. Una materia che ottiene un diverso trattamento e ordinamento istituzionale. Presente nelle scuole di ogni ordine e grado, facoltativa, i docenti di religione vengono  indicati dalle diocesi e pagati dallo Stato (italiano, non vaticano). Lascio a chi legge ogni considerazione sul piano politico, mi interessa puntare l’attenzione su quello dell’opportunità di sostituirla con l’ora di antropologia, offrendo ad alunni e studenti gli strumenti per affrontare e riconoscere “le istruzioni per l’uso” del mondo. Un percorso funzionale appunto a riconoscere le emozioni e a sviluppare la capacità di pensare, porsi domande, riconoscere il valore dei simboli.

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3 thoughts on “L’ora di antropologia: una scommessa antiraptus

  1. ma per combattere il costrutto del “raptus” usato per giustificare i femminicidi ridurre le emozioni a “manufatti culturali” (che quindi si possono smontare e rimontare con relativa facilità) mi sembra un errore. In realtà anche la cultura con tutti i suoi cambiamenti nello spazio e nel tempo fa parte della natura umana, ma ridurre tutto alla cultura è sbagliato come ridurre tutto alla biologia.
    Sulla massima di Margaret Mead, ecco dico che le domande che i bambini fanno più spesso è “perchè?” seguita da “è buono o cattivo?” credo che anche per il genitore più “libertario” del mondo sia impossibile non insegnare al figlio anche il cosa oltre il come pensare
    Sul fatto che sarebbe utilissimo insegnare antropologia a scuola oltre all’educazione al rispetto, educazione sessuale ecc.non ho dubbi

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  2. Per un approfondimento sull’emozione come fatto culturale suggerisco Clifford Geertz. Non si illuda: il fatto culturale non è banale o facile da smontare. Suggerisco sempre massima allerta rispetto al discorso dei “fatti di natura” perché attraverso l’incorporazione vengono ritenuti tali molti elementi squisitamente culturali, semplicemente perchè l’abitudine, la prassi, lo stato delle cose porta a ritenerli tali

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  3. lo so, ma resto convinto di quel che ho scritto e non mi pare di aver negato l’importanza della cultura. Tendo a diffidare di chi riduce tutto a costruzione culturale come di chi riduce tutto alla biologia. E poi per me natura e cultura sono intrecciate quando si parla di esseri umani
    grazie per il suggerimento

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