diario

Appunti per un’etnografia della scuola

Il mio lavoro di supplente offre uno sguardo sulla scuola nella zona dove insegno. Trascorrendo tempo da una scuola media superiore a una inferiore, da una media di paese a un alberghiero in carcere e da questo a un istituto analogo in una valle sperduta, mi sono resa conto di quanto utile sarebbe una seria etnografia della scuola (cosa che questi appunti non hanno l’ambizione di essere)

Nella scuola si entra nel vivo della società reale, non quella mutuata dal discorso politico, pubblicitario o del nostro ambiente. In questo senso la considero un punto di vista davvero privilegiato. Le famiglie numerose e quelle con figli unici, le monoparentali e quelle ad affido alternato, le case famiglia, le comunità, sono ambienti di provenienza molto diversi, ma  studenti e studentesse in aula si incontrano e scontrano al di fuori delle loro mura .

Nonostante si affermi che la categorizzazione sia potenzialmente dannosa a studenti e studentesse, di fatto  i docenti sono tenuti a riconoscere ad alcune categorie  trattamenti diversificati . Pare che si sia diffuso un modello di tipo clinico: i bisogni vanno “certificati”, ossia riconosciuti formalmente da un’autorità sanitaria esterna alla scuola. Così è per la disabilità e per i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Nonostante l’idea di specifici bisogni di apprendimento (BES) sia pedagogico didattica, non clinica, la definizione di questa categoria ha mantenuto l’aspettativa che questi bisogni vengano certificati dal servizio sanitario. Questa inclinazione a rinviare a categorie di salute e malattia è quantomeno curiosa.

LA MISTERIOSA TRIBU’ DEI BES

“L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse” (Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012)

Con questa citazione il Ministero ha “battezzato” la nascita  degli alunni BES.

Trattasi di gruppo piuttosto eterogeneo per il quale è prevista una generica personalizzazione (l’ossimoro è assolutamente significativo).   Svantaggi di natura diversissima e non ben identificata vengono accorpati affidando al docente una teorica quanto mirabolante personalizzazione dell’insegnamento.

I PROF

Naturalmente anche la sala insegnanti è ambito di interesse antropologico. Partecipo in prima persona a un mutamento recente e piuttosto inedito: la creazione di una nuova, stramba categoria di prof, ex lavoratori e lavoratrici di mezza età provenienti da altri ambiti. Trattasi di adulti maturi, con stili comunicativi gioco forza diversi da quelli maturati dai docenti di sempre, quelli che da scuola non se ne sono mai andati e conoscono le loro lezioni a menadito. Alcuni docenti navigati non nascondono la loro sdegnosa diffidenza verso questi mutanti, altri la loro simpatia per la nuova avventura umana.Ricordo ancora con disorientamento quel giorno che ho sentito infilare una serie di misteriosi acronimi nel dialogo tra due insegnanti, con il vago sospetto di essere vittima di una burla iniziatica. I prof mutanti, dal canto loro, si ritrovano catapultati in una realtà diversissima e possono sopravvivere costruttivamente solo grazie alla creatività. In effetti la creatività resiste come strumento principe di tutti i docenti, esce dalle crepe di  una scuola invasa da Invalsi, ipotesi di presidi sceriffi, commissioni di docenti supervisori per mirabolanti premi..

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