antropologia · diario

Pensieri sparsi intorno all’invidia

Invidia

[in-vì-dia] s.f.
  • 1 Sentimento astioso che una persona ha verso gli altri, e spec. verso ciò che reputa il loro pregio o le loro fortune: morire d’i.; rodersi dall’i.
  • 2 Sentimento sincero di ammirazione: ha una resistenza da fare i.; persona o cosa che desta ammirazione: ha una casa che è l’i. di tutti

Deriva dal latino ‘invidere’. La particella ‘in’ ha valore negativo,  nell’accezione di ‘cattivo’. ‘Invidere’ – e quindi ‘invidiare’ – vuol dunque dire ‘guardare male’, in un senso che -come noto in atropologia – equivale a gettare il ‘malocchio’: un occhio maligno, appunto, cattivo.

Mentre la gelosia, che pur le somiglia, viene generalmente considerata ammissibile (nonostante le derive delittuose), l’invidia è ufficialmente condannabile e pertanto privatamente consumata. Invidia e gelosia sguazzano nel risentimento, ma la prima presuppone una superiorità dell’invidiato, che invece prescinde dalla gelosia. Una superiorità specifica, oggetto dell’invidia, genera risentimento. In quest’ottica la stessa lotta di classe è stata definita invidia sociale (con buona pace dell’ordine costituito: da una parte i ricchi buoni e dall’altra i poveri cattivi).

Chi studia antropologia incontra una fitta casistica di narrati sul malocchio, provenienti dai luoghi e dalle culture di tutto il mondo.

Le stesse storie tipiche del Piemonte, raccontano della paura verso la masca che, mossa da invidia, rovina il raccolto, uccide le bestie, fa ammalare i bambini. La strega, si sa, è una persona diversa per qualche motivo (non ha marito, viene da un altro posto, ha qualche stranezza fisica, ha conoscenze particolari, sa leggere). In questo gioco mi pare chiaro che l’accusa di malevolenza è anche modo per affermare che solo l’esistenza “normale” è desiderabile, di conseguenza chi “normale” non è diventa pericoloso-a in quanto invidioso-a.

L’invidia della definizione di partenza, invece, è il sentire privato dell’invidioso-a, ma sospetto che raramente venga riconosciuta da chi la prova. Il sentimento astioso viene dunque attribuito ad altro. Credo accada spesso, proprio in virtù della disapprovazione che ci hanno insegnato a provare verso questo sentire, divenuto inammissibile. Nonostante l’uso figurato positivo collegato all’ammirazione, (vedi definizione 2) l’idea che l’invidia possa portarci male è ancora ben incorporata. E se proprio questo antico timore fosse benzina sul fuoco della paura delle grandi migrazioni? Antropologi e antropologhe hanno già notato come chi emigra subisca uno strappo familiare che lo rende una sorta di bancomat per chi resta (e spesso coltiva astio per chi è partito). Oggi, che lo ammettiamo o meno, con le grandi migrazioni, la diseguaglianza è venuta a sfondare la porta..

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