diario

Kamikaze

Per molto tempo sono stata abituata a pensare ai kamikaze come ai giapponesi della seconda guerra mondiale.La soluzione di allora fu un paio di ordigni atomici. Un danno tira l’altro.

Kamikaze in giapponese significa “vento di dio” e secondo la leggenda è dovuto a un tifone che nel 1281 spazzò via le navi di una flotta mongola intenzionata a invadere il Giappone. Ormai siamo abituati ad associare questa parola agli attacchi suicidi contro l’Occidente.

Il discorso sui fatti di Bruxelles, così come fu per Parigi, è talmente saturo da intimidire la riflessione. L’atto terroristico ha una sua natura destabilizzante e spaventosa, ma al di là di questo non lancia un messaggio chiaro. Insomma alla fine non sappiamo che cosa vogliano questi destabilizzatori. Sembrerebbero quei bulli di scuola che si comportano nel modo più spregevole per gridare che esistono. Come se morire facendo il maggior danno possibile fosse lo scopo. La rabbia, quella è chiara è presente. La rabbia di chi attacca e di chi è attaccato.

Tra i fumi di questa rabbia, che è tanto più orribile per chi sa che è cibo per folli, reagire in maniera efficace rimane una priorità. Si sprecano la retorica e gli sproloqui dei tuttologi. Sul web, al bar, in televisione: il livello del discorso non pare molto diverso.

Quel che ci han fatto sapere è che esiste un quartiere di Bruxelles dal quale sembra pulsare questa offensiva. L’ultimo attentato coinvolge anche questo quartiere. Di questa vicenda l’uomo della strada (direi la donna, non fosse che si presta al consueto equivoco) ha ben chiaro solo che l’Europa non riesce a gestire una difesa unitaria. Le comunicazioni non passano, gli interessi e le logiche rimangono nazionali. Solo così riesco a capire come sia possibile che si straparli di interventi militari in Libia, ma nessuno si chiede se il campo di battaglia principale da affrontare non sia proprio in Europa e Occidente. Intendo militarmente, con presenze di contingenti, ma anche economicamente. Non veniteci a raccontare che merci e denaro che alimentano questi combattenti sono sconosciuti. Basta guardare i filmati di propaganda per notarne. Mio marito ogni volta, nel vedere quei video dice: nessuno è andato a chiedere ragione alla Toyota del contingente Isis di jeep?( Ha una mania per le auto e il vizio di usare il cervello)

Aneddoti a parte, penso che la storia e la famigerata globalizzazione ci abbiano messo di fronte a nuovi modi di fare la guerra. Le nazioni sono superate dalle multinazionali e questa pantomima di non voler riconoscere lo stato islamico mi pare lasci il tempo che trova. Non è una guerra di stati, né di religioni. Troppi indizi ce lo fanno intendere. Primi tra tutti la scelta degli obiettivi.

Purtoppo non è nemmeno una guerra a chi la spara più grossa, altrimenti potremmo dirci ottimisti.

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One thought on “Kamikaze

  1. Mah… non credo ci siano nuovi modi di fare la guerra…

    Sono più o meno 5000 anni che la guerra è stata codificata e non è che sia poi cambiata più di tanto.

    Neppure le nostre reazioni sono poi così nuove, sono le stesse della decadenza Romana che non dava risorse a Ezio per fronteggiare Attila.

    Le stesse cantate da Pietrangeli (MCS poi) in Contessa o da De André in Nella canzone del Maggio.
    Con una differenza il Maggio Francese non c’è più, non esiste più nessun maggio europeo.

    Troppo vecchi per avere la forza di una reazione incisiva e leale.

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