diario · visioni

Diffido

 

Dinnanzi alle migrazioni e il modo di reagirvi io diffido.

Diffido di questa compulsione agli slogan dei “buoni” e a quelli dei “cattivi”.

Sono convinta che la vera cura ricostituente miracolosa dei fascismi sia stata proprio questa: l’evidente ipocrisia dei buoni. Coloro che gridano all’abolizione dello schiavismo e di fatto pongono esseri umani in condizioni di totale balia altrui, senza neppure il tetto che veniva garantito agli schiavi. Coloro che hanno reso il sogno cooperativo il regno dello sfruttamento.

Così come mi insospettisco quando sento parlare della “forza delle donne”, ben sapendo quanto questo legittimi il sovraccaricarle e il considerarle una categoria generale invece che tante soggettività, oggi mi insospettisco quando sento parlare generalmente di essere umani o no. Tanto per i cattivi quanto per i buoni.

“Prima gli italiani”, gridano i furbi, forti della colpa dei “buoni”.

L’analisi più oggettiva di questa frase monca mi pare quella grammaticale, laddove quella logica e quella del periodo sono impossibili causa mancanza – guarda caso – del predicato, ovvero dell’azione.

Dunque:

Prima: avverbio di tempo

Gli: articolo determinativo maschile plurale

Italiani: sostantivo di tipo concreto, maschile plurale, tassonomia etnica.

italiani

La frase monca mi frana sul sostantivo. L’italianità è  qualcosa di concreto, che si tocca? Esiste il gruppo etnico italiano? Chi sono gli italiani? Coloro che hanno la cittadinanza? Chi ci è nato? Chi ci vive? Chi dovrebbe riconoscersi in una lingua e una storia così complessa?

Forse Paolo Mantegazza, fisiologo, antropologo, etnografo, che partecipò attivamente al Risorgimento, può venirci in aiuto. Agli albori dell’antropologia italiana  tentò un censimento dei vari gruppi etnici che formavano quella che oggi chiamiamo Italia. A lui si debbono la Raccolta di materiali per l’etnologia italiana (1871), l’Inchiesta sulle superstizioni in Italia (1887), il concorso per tracciare la carta etnografica d’Italia (1895). Si trattava di classificazioni di tipo evoluzionista, tardo-ottocentesche, allorquando il pensiero di Darwin sembrò poter dare tutte le risposte. Sono, per intenderci, gli stessi anni di Lombroso. Trovare la matrice comune dei popoli italiani, è stata l’ossessione di studiosi fino agli anni settanta dell’ottocento, dopo si sono dedicati alle diversità. Uno dei progetti  è la “Raccolta di Materiali per l’Etnologia italiana”, nel 1871 di Mantegazza, Lombroso, Schiff e Arturo Zanetti.

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Paolo Mantegazza(1831-1910)

Non a caso cito l’alba dell’antropologia italiana, allorquando gli antropologi erano quasi tutti medici e la convinzione era quella di studiare la specie uomo e le sue razze e il modo di creare una società nazione. Lo stesso Mantegazza militò nella destra storica ma è personaggio di ben altro spessore di quelli che oggi dovrebbero risolvere e gestire le grandi questioni della società.

Attualmente antichi retaggi decontestualizzati e incorporati sembrano animare sia i buoni che i cattivi. Allora era chiara l’esistenza di una cultura dominante e di gran parte della popolazione esclusa.

Oggi si generalizza talmente spesso da non cogliere sottigliezze come la classe, il genere, lo status.

Dunque io diffido.

Diffido degli economisti, della finanza, dello spread, del modo bidimensionale e social di interpretare le domande.

Abbiamo fatti: migrazioni (qualcuno ha riscontri di qualsiasi tipo che avvalorino l’idea delirante del blocco di fenomeni del genere?), diseguaglianze sempre più enormi (ben più che nella preistoria, nel Medioevo, ecc), egemonie culturali deprivate di spessore.

Voglio contesti, approfondimenti, azioni personalizzate.

Non esistono meriti nel nascere in un luogo o una condizione. Non esistono ricchissimi senza poverissimi.

Voglio persone, non personaggi.

 

 

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