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Antropologia. Una citazione

I nostri scritti circolano per lo più in un circuito chiuso; e allora se vogliamo () accedere a un livello di comunicazione che ci permetta di essere ascoltati dai pubblici poteri, dobbiamo continuare a fare grandi sforzi, superare alte barriere, per far capire che le cose di cui parliamo si riferiscono non ad “altri” totalmente esotici e a noi estranei, a mentalità arcaiche, a modi di scrivere scomparsi o a sopravvivenze, ma a noi stessi, alla nostra società, alle nostre reazioni e ai nostri comportamenti.

 Françoise Héritier

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Quando gli antropologi piangono

Quando gli antropologi piangono il paese dovrebbe ascoltarli.

Recentemente il Professor Adriano Favole ha attinto alla realtà circostante in una lezione sul razzismo, con conseguente polverone politico locale.

Il sentimento dell’antropologo di fronte allo stato delle cose emerge nella seconda parte del testo, che ho omesso nel rispetto della privacy (mi scuso per averla parzialmente violata nel pubblicarne una parte, per il dono di una etnografia)

Spero si sollevino più autorevoli voci contemporaneamente tra antropologhe e antropologi, capaci di promuovere approcci diversi per attrezzarsi alla contemporaneità.

Sappiate che non ascoltarli è un crimine contro l’umanità

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Di menopausa e libertà

 

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Il 9 ottobre compirò 46 anni, ma la menopausa mi ha colta “precocemente”, iniziando a corteggiarmi sin dai 39. Lontane letture sulle donne del Sannio campano mi avevano ben disposta, raccontandomi come proprio la menopausa le liberasse parzialmente dalla subalternità , inoltre proprio allora ero stata invitata a parlare di menopausa  dal centro antiviolenza Maipiùsole, che aveva organizzato alcuni incontri itineranti sul tema in provincia (l’antropologia è utile anche nella vita personale).

In effetti in molte culture la menopausa libera le donne. Succede tra i Piegan indiani, tra gli irochesi americani, tra i bretoni europei, tra i Bena Bena della Papua Nuova Guinea, i Bobo del Burkina Faso…: la fine dell’età fertile consente di avere voce in capitolo, possedere beni, acquisire poteri, bere ecc. In alcune zone rurali del Marocco menopausa e migrazione maschile consentono alle donne di curare la  terra, ruolo tradizionalmente maschile.

Lo stato delle donne – racconta Françoise Héritier – cambia radicalmente alla menopausa praticamente in tutte le società. È meno visibile nelle nostre in cui, grazie all’uso di ormoni e alla cura dell’aspetto, le donne riescono a mascherare per un po’ questo periodo cardine. Ma con la menopausa lo stato femminile cambia comunque in maniera cruciale. Le preoccupazioni delle donne dipendono allora dalla sensazione di perdita dell’essenza della loro identità e delle caratteristiche femminili. Infatti, se l’immagine della donna è doppiamente valorizzata in quanto oggetto di fecondità e oggetto sessuale, la menopausa viene vissuta come una perdita irreparabile su ambedue i piani..Ma se è sposata, ricca, dotata di una certa abilità in certi campi, se ha avuto un buon padre, dei figli, acquisisce uno status particolare che le permette di compiere azioni riservate agli uomini

La donna in menopausa però può divenire vittima di un rifiuto sociale e conseguente abbandono. Se è vecchia, povera, non ha più marito e figli per proteggerla diventa la strega, fonte di ogni male, la donna della maschera gelida descritta da Balzac.

Tra le donne Beti del Camerun la fine delle mestruazioni coincide con quella delle relazioni coniugali, a vantaggio delle mogli più giovani (il che mi ricorda qualcosa..) Le donne non possono più toccare o avvicinare  un uomo, ma proprio questo le valorizza, conferendo loro potere personale.

Come ricorda Michela Fusaschi Anche nel nostro universo culturale, le donne ad un certo punto della loro vita si potevano comportare come gli uomini, si diceva infatti che diventavano “maschie”,e addirittura, nell’Italia meridionale, una volta vedove o in menopausa potevano acquistare una casa.

Ritengo che nostre parti la menopausa sia un fenomeno culturalmente censurato, trattato come una malattia. Il simbolo slitta dal piano della fertilità a quello dell’appetibilità sessuale verso una donna giovane e stereotipata (nella solita ottica softporno che induce a far del sesso un prodotto, causando forti problemi di relazione). Le donne qui non possono invecchiare. Rimpinzate di ormoni, siringate con il botulino, socialmente indotte a partorire tardivamente. Il tempo è diventato roba da povere (di questo mi sono convinta vedendo volti deformati dall’ansia di gioventù. Non ho mai sentito dire che uno di questi volti è bello. Sospetto non  sia la bellezza lo scopo, ma la comunicazione dello status di abbiente, quindi al di sopra del tempo).

Per approfondire i riferimenti etnografici sulla menopausa consiglio l’articolo di Michela Fusaschi, pubblicato nella rivista online la rivista Storia delle donne (fantastica)

 

 

 

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La posizione relativa. Una citazione

.. Infatti, la ricerca sul terreno, da cui ha inizio ogni carriera etnologica, è madre e nutrice del dubbio, atteggiamento filosofico per eccellenza. Questo «dubbio antropologico» non consiste solo nel sapere che non si sa nulla, ma nell’esporre risolutamente quel che si credeva di sapere e persino la propria ignoranza, agli insulti e alle smentite inflitte, a idee ed abitudini carissime, da idee e abitudini che possono contraddirle al più alto grado. Al contrario di quanto suggerisce l’apparenza, noi pensiamo che l’etnologia si distingua dalla sociologia per il suo metodo più strettamente filosofico. Il sociologo oggettivizza, per paura di essere tratto in inganno. L’etnologo non prova questa paura, poiché la remota società da lui studiata non lo coinvolge, e poiché non si condanna in anticipo a estirparne tutte le sfumature e tutti i particolari, e persino i valori, insomma, tutto ciò in cui l’osservatore della propria società rischia di essere implicato. Scegliendo un soggetto e un oggetto radicalmente distanti l’uno dall’altro, l’antropologia corre, però, il rischio che la conoscenza dell’oggetto non colga le sue proprietà intrinseche, ma si limiti a esprimere la posizione relativa, e sempre mutevole, del soggetto rispetto ad esso. È possibilissimo, infatti, che la pretesa conoscenza etnologica sia condannata a restare bizzarra e inadeguata quanto quella che un visitatore esotico avrebbe della nostra società. L’indiano kwakiutl, che Boas invitava talvolta a New York, perché gli servisse da informatore, era indifferente allo spettacolo dei grattacieli e delle strade solcate da automobili. Egli riservava tutta la sua curiosità intellettuale ai nani, ai giganti, e alle donne barbute che venivano allora esibite in Time Square, ai distributori automatici di piatti cucinati, alle sfere di ottone che ornavano l’inizio delle ringhiere delle scale. Per ragioni che non posso evocare qui, tutto ciò metteva in causa la sua particolare cultura, ed essa sola egli cercava di riconoscere in taluni aspetti della nostra. A modo loro, gli etnologi non cedono forse alla stessa tentazione, quando si permettono, come fanno tanto spesso, di interpretare di bel nuovo i costumi e le istituzioni indigene, nell’intento inconfessato di inquadrarle meglio nelle teorie del momento? Il problema del totemismo, che molti di noi considerano diafano e insostanziale, ha pesato per anni sulla riflessione etnologica, e noi oggi comprendiamo che tale importanza derivava da un certo gusto dell’osceno e del grottesco, che è come una malattia infantile della scienza religiosa: proiezione negativa di un timore incontrollabile del sacro, di cui l’osservatore stesso non è riuscito a liberarsi. Così, la teoria del totemismo si è costituita « per noi », non « in sé », e nulla garantisce che, nelle sue forme attuali, essa non dipenda ancora da una simile illusione.

Claude Levi Strauss, tratto dalla lezione inaugurale al Collège de France, 5 gennaio 1960

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Problemi e metodi in antropologia

“Gli etnologi veramente grandi sono stati ecclettici nella scelta dei problemi, così come in quella dei metodi, che devono variare da problema a problema.” Marcel Mauss

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Il mondo delle cose: una citazione

L ‘uomo è un essere sociale. Non potremmo mai spiegare la domanda considerando unicamente le proprietà materiali dei beni. L’uomo ha bisogno dei beni per comunicare con gli altri e per dare un senso a ciò che succede intorno a lui.() In termini generalissimi, obiettivo fondamentale del consumatore è ottenere informazioni sulla mutevole scena culturale.

Mary Douglas, Il mondo delle cose

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Totem.

totem

Tempo fa al telegiornale ho sentito l’ennesimo politico usare questa parola in maniera del tutto incongrua, non era la prima volta. Curiosamente la politica si diletta a violentare le parole dell’antropologia e ad avvalersi mai delle sue competenze. Così oggi voglio ricordare a grandi linee quel che si intende con la parola “totem”. Chissà che qualche lettore un giorno non riesca a spiegarmi che caspita intendono quegli strani individui che vivono negli schermi e sui giornali e mai sulla terra…

Era il 1791 quando un mercante inglese di nome J.K. Long, in un libro sui suoi viaggi in America settentrionale nella regione dei grandi laghi, accese le fantasie degli europei: tra i chippewa la società era organizzata in clan patrilineari, che in molti casi avevano nomi animali. Inoltre gli individui singoli entravano in contatto con spiriti tutelari animali, attraverso prove volontarie e visioni.

Tra gli Algonchini Ototeman significa “lui appartiene alla mia parentela”, così come Nindotem, riferito all’animale che fornisce il nome al clan, significa “è il mio clan”. Totem è anche l’oggetto fisico, il palo (degli indiani della costa nord-ovest) raffigurante animali antenati, che tutti conoscono.

Nel 1869 McLennan introdusse il termine “totem” in antropologia e 20 anni dopo Robertson Smith  avanzò l’ipotesi che le antiche popolazioni semitiche avrebbero avuto i loro totem e che il sacrificio fosse una conseguenza, ovvero che il consumo rituale della carne dell’animale totem servisse a partecipare della sua divinità.

Nel 1912 due illustri studiosi si concentrarono sul totem con esiti differenti: Durkheim e Freud.

Durkheim raccontò al mondo come gli aborigeni australiani avessero una società suddivisa in clan rappresentati da emblemi totemici e come i riti collettivi servissero a esprimere una identità di gruppo, sovra individuale. Secondo D. la tendenza istintiva di ogni gruppo umano a dipingere o tatuare segni senza significato oggettivo avrebbe portato a posteriori a riconoscervi forme animali.

Freud si ispirò al totem per sviluppare la sua teoria, e ci vide un culto sotto le mentite spoglie animali, in realtà rivolto alla figura del padre dell’orda primitiva, per placare il rimorso per la sua uccisione.

Nel 1914 W.H. R. Rivers, convinto totemista, ne descrisse i tre elementi convergenti: l’elemento sociale (corrispondenza del gruppo con animale, vegetale o classe di oggetti), quello psicologico (la convinzione che esista una parentela tra il gruppo e il totem) e uno rituale (rispetto religioso verso il t.)

Il totemismo fu un filone di studi molto alla moda e, in pieno stile evoluzionista, promosse la convinzione che in origine gli uomini si ritenessero discendenti di varie specie animali e che la differenza fondamentale tra “primitivi” e “civilizzati” stesse e nel fatto che gli uni fossero ancorati a credenze arcaiche, mentre gli altri avevano superato questa visione.

In Situazione del problema totemico (1919) Van Gennep esaminò parecchie decine di teorie.

A.P.Elking, basandosi sul suo lavoro etnografico in Australia, propose tre criteri per distinguere i tipi di totemismo: forma (modo in cui il totem è distribuito: per sesso, per clan, per metà), significato (ruolo del totem: compagno, assistente, custode, simbolo di entità sociale o culturale) e funzione nella società (regolamentazione dei matrimoni, sanzioni morali o sociali. Distinse così diversi tipi di totemismo: individuale (dello stregone), sessuale (diverso per donne e uomini), per divinazione (il bambino riceve il totem in funzione del luogo dove la madre avvertì i segni della gravidanza, o attraverso visioni o pratiche magiche), cultuale (determina l’appartenenza a una comunione religiosa), clanico (ogni clan con totem principale e altri secondari, terziari, ecc fino a comprendere tutti gli esseri e le cose)

Firth in Oceania e Fortes in Africa constatarono che gli animali totemici non presentavano particolare rilevanza economica né rappresentavano una classe zoologica o magica e arrivarono a concludere che evidentemente proprio quegli animali potessero informare – grazie al loro comportamento – della volontà di divinità ed antenati.

E.E. Evans Pritchard dimostrò come tra i Nuer del Sudan il rapporto tra animali totemici e divinità sia metaforico. I nuer assimilano i gemelli al francolino o alla faraona, entrambi uccelli che volano poco. Questo perché i gemelli sono considerati vicini a dio, quindi al cielo, ma rimangono umani. Pur essendo “dell’alto” rimangono “in basso”.

Radcliffe Brown descrisse come in società australiane e americane di tipo dualistico le due metà avessero simboli con qualcosa in comune ma in opposizione sotto altro aspetto (ad es. il canguro e il foscolone procreano allo stesso modo ma uno vive allo scoperto e l’altro nella tana; falco e cornacchia sono alati ma uno è predatore, l’altro mangia carogne, ecc)

Secondo Lévi Strauss (Il Totemismo oggi, 1962) molte teorie hanno sofferto una arbitrarietà classificatoria, che chiama “illusione totemica” e il punto non sta nel rapporto tra individuo o gruppo e totem, ma appunto nei rapporti di opposizione e correlazione che il sistema totemico crea. Secondo la celebre definizione, animali e vegetali non sarebbero stati scelti in quanto buoni da mangiare, bensì in quanto buoni da pensare. Dunque non la convinzione di una discendenza o di una somiglianza sarebbero il motivo della classificazione totemica, ma la diversità tra le specie avrebbe fatto da supporto concettuale delle differenze sociali.