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Quando gli antropologi piangono

Quando gli antropologi piangono il paese dovrebbe ascoltarli.

Recentemente il Professor Adriano Favole ha attinto alla realtà circostante in una lezione sul razzismo, con conseguente polverone politico locale.

Il sentimento dell’antropologo di fronte allo stato delle cose emerge nella seconda parte del testo, che ho omesso nel rispetto della privacy (mi scuso per averla parzialmente violata nel pubblicarne una parte, per il dono di una etnografia)

Spero si sollevino più autorevoli voci contemporaneamente tra antropologhe e antropologi, capaci di promuovere approcci diversi per attrezzarsi alla contemporaneità.

Sappiate che non ascoltarli è un crimine contro l’umanità

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Razza. Una citazione

Franz Boas mentre mima la danza Hamat'sa degli Kwakiut (Columbia Britannica)
Franz Boas mentre mima la danza Hamat’sa degli Kwakiut (Columbia Britannica)

Né s’è mai potuto accertare uno stretto rapporto tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale, quale si ritrova comunemente anche nella letteratura scientifica, è fuorviante e richiede una nuova definizione sia logica che biologica. Mentre un gran numero di biologi, psicologi e antropologi americani sembrerebbero concordare con ciò, il pregiudizio popolare, basato su un’antica diffusa tradizione scientifica, è ancora vivo e il preconcetto razziale rappresenta ancora un importante fattore nella nostra vita.

Franz Boas

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No DAPL. Non posso bere petrolio.

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AFP PHOTO / JIM WATSON

In foto vedete una bambina reggere un cartello di una logica schiacciante: non posso bere petrolio. E’ il 13 settembre, davanti alla Casa Bianca è in corso una protesta. Qualche giorno prima un giudice federale ha avvallato gli interessi dei petrolieri della compagnia texana Energy Transfer Partners, per costruire l’oleodotto chiamato  Dakota Access Pipeline (DAPL). Si tratta di duemila chilometri di oleodotto che attraversano 4 Stati, dal North Dakota fino all’Illinois.L’attraversamento del fiume Missouri, non solo profanerebbe luoghi sacri (come già accade), ma avvelenerebbe le riserve di acqua

I nativi stanno tentando di far rete, e quel che resta delle diverse comunità sta convergendo sui luoghi profanati, accampandosi nei pressi del cantiere.

Un’azione che ha attirato l’attenzione.

Un’ordinanza presidenziale ha sospeso i lavori, ma la questione non è conclusa.

Per approfondire

 

 

 

 

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21 marzo

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Il 21 marzo 1960, a  Sharpeville, in Sudafrica la polizia sparò su una pacifica folla di manifestanti, che protestavano contro l’ apartheid, uccidendo 69 persone. Sei anni dopo l’assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò una giornata internazionale contro le discriminazioni.

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La Giornata Internazionale Contro il Razzismo è semisconosciuta, ma quest’anno è diventata talmente poco popolare che coincide con la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

 

Chiudo con un’immagine che mi ricorda quelle che abbiamo visto in telegiornali più recenti, con la differenza che le bare di queste foto sono più dignitose di quelle di oggi.

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Qualcuno sembra essersi scordato che la globalizzazione cambia le regole del gioco, ma purtroppo la realtà ha più memoria di noi.

Anticipo la pubblicazione di questo post confidando che almeno chi legge non dimentichi

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Uomini o mussulmani?

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Vogliamo giocare al nemico? So che significa giocare alla guerra, ma simuliamo pure.

Evito ogni riflessione sulla dignità e il rispetto delle donne in Italia.

Diciamo che esiste un problema “di civiltà”, ovvero che i mussulmani uomini non rispettano le donne (mussulmane e non). La mia domanda è: perché il rifiuto di certi italiani e italiane ad accogliere come vicini di casa persone coinvolge anche le donne mussulmane?

Perché non sento dire da coloro che sostengono di voler salvare dalla barbarie codeste signore “chiudiamo le frontiere ai mussulmani uomini e apriamola alle donne mussulmane?”

La prospettiva di genere cambierebbe il gioco e romperebbe le uova nel paniere del populismo. Ad esempio potrebbe confrontare dati come quello di numero di mussulmani al mondo e casi di violenza sulle donne e numero di uomini di ogni credo e casi di violenza sulle donne…ma questo porterebbe a dire che fuori confine van mandati gli uomini. Il gioco del nemico funziona così: per assurdità

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Il mondo è un’idea

Mi resi conto della inadeguatezza delle carte terrestri esistenti che non favorivano, tra l’altro, la migliore soluzione che sempre sorge quando si trasporta la superficie terrestre su un foglio piano. La nuova carta, la mia carta, rappresenta in modo egualitario tutti i paesi della Terra.

Arno Peters

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La prima volta che vidi la carta del mondo di Peters mi sono sentita come il brutto anatroccolo della favola, quando vide volare i cigni.

Quella carta mi diceva che fin da piccola mi avevano ingannata: a scuola mi avevano abituata a una carta del mondo tendenziosa, mi diceva che il mondo era un’idea.

Sapendo che ogni proiezione della sfera sul piano impone delle deformazioni, Arno Peters, storico e cartografo tedesco, si rese conto che l’esatta proporzione delle superfici andava a scapito dell’esattezza delle distanze. I continenti assumevano così una forma allungata.

La sua proiezione del mondo garantisce:

• Fedeltà alla superficie: ogni area (Paese, continente, mare) è rappresentata secondo le sue reali dimensioni.

• Fedeltà alla posizione: tutte le linee Est-Ovest sono parallele e orizzontali. Il rapporto di qualsiasi punto della carta con la sua distanza dall’equatore è subito identificabile.

• Fedeltà all’asse: tutte le linee Nord-Sud sono verticali. La posizione di ciascun punto è immediatamente verificabile in termini di meridiano o fuso orario.

• Totalità: la terra è completamente rappresentata, senza “tagli” o doppie rappresentazioni.

• Regolarità nella distribuzione degli errori: non sono concentrati tutti nelle aree più lontane dall’Europa.

• Colori base per ogni continente: tradizionalmente, le colonie avevano lo stesso colore degli Stati colonizzatori. Peters sceglie un colore base per ogni continente e assegna ai singoli Paesi delle varianti, per evidenziarne le affinità e le radici comuni.

(Rinvio all’articolo di Atlanteguerre.it per approfondimenti)

La carta Peters ci mostra un mondo diverso:

“Dopo secoli di egocentrismo ora possiamo vedere il nostro paese dal punto di vista del mondo e non viceversa. Poiché si è sempre pensato che le carte geografiche riproducessero il mondo in modo obiettivo, scoprendone ora il carattere ideologico siamo esortati a verificare tutta la nostra concezione del mondo”

L’idea elementare che dietro una carta geografica ci sia una visione del mondo è eversiva in un mondo di forti diseguaglianze. La carta Peters risale al 1973, ma ancora oggi si propone nelle scuole la precedente carta Mercatore.

La carta di Mercatore è stata fondamentale per i navigatori del seicento, perché tracciava linee orizzontali e verticali, creando nuovi punti di riferimento per la rotta, deforma le aree a causa della curvatura terrestre, creando problemi di comprensione della realtà.

A scuola insegnano come Galileo avesse ragione, ma l’idea che fosse la terra a girare intorno al sole e non il contrario fosse inaccettabile perché relativizzava l’uomo e non lo poneva più al centro dell’universo.

Come Galileo oggi la scuola abiura, continuando a trasmettere saperi superati ma comodi all’ordine costituito…

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Il mio primo telefonino

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Sono nata nel 1970 e il telefono cellulare è entrato nella mia vita per la prima volta a trent’anni. Se oggi io avessi vent’anni mi sembrerebbe incredibile. Un’adolescenza senza sms, selfie e facebook è qualcosa che dovremmo raccontare alle generazioni che si ritrovano sole in questo mondo demenzialtecnologico. Qualcuno già usava i telefonini allora, ma io avevo poca simpatia per i cellulari e i computer, dunque ne ero sprovvista.

Poi è successo che la mia vita ha preso una piega così burrascosa da costringermi a nascondermi in case di fortuna, lasciate da amiche in ferie. Una sorta di nomadismo privilegiato da quella chimera chiamata sorellanza. Poco prima che accadesse, mio fratello mi incontrò e mi regalò un telefono cellulare. Per me fu importante. Non avendo casa, il telefono era una risorsa preziosa e anche una sicurezza personale.

Condivido questo ricordo per tentare di spiegare  come le immagini di migranti che si fanno un selfie  non sono una stranezza. In effetti la foto di questa donna restituisce uno spessore alla moda dell’autoscatto, considerato che lo fa per mostrare di essere sbarcata viva.

Se dovessi tentare di riscattare la mia vita e per farlo dovessi affrontare il pericolo di naufragio considererei un telefonino altamente tecnologico un bene primario, non un lusso. Il  vero lusso oggi sembra essere l’umanità