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Di menopausa e libertà

 

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Il 9 ottobre compirò 46 anni, ma la menopausa mi ha colta “precocemente”, iniziando a corteggiarmi sin dai 39. Lontane letture sulle donne del Sannio campano mi avevano ben disposta, raccontandomi come proprio la menopausa le liberasse parzialmente dalla subalternità , inoltre proprio allora ero stata invitata a parlare di menopausa  dal centro antiviolenza Maipiùsole, che aveva organizzato alcuni incontri itineranti sul tema in provincia (l’antropologia è utile anche nella vita personale).

In effetti in molte culture la menopausa libera le donne. Succede tra i Piegan indiani, tra gli irochesi americani, tra i bretoni europei, tra i Bena Bena della Papua Nuova Guinea, i Bobo del Burkina Faso…: la fine dell’età fertile consente di avere voce in capitolo, possedere beni, acquisire poteri, bere ecc. In alcune zone rurali del Marocco menopausa e migrazione maschile consentono alle donne di curare la  terra, ruolo tradizionalmente maschile.

Lo stato delle donne – racconta Françoise Héritier – cambia radicalmente alla menopausa praticamente in tutte le società. È meno visibile nelle nostre in cui, grazie all’uso di ormoni e alla cura dell’aspetto, le donne riescono a mascherare per un po’ questo periodo cardine. Ma con la menopausa lo stato femminile cambia comunque in maniera cruciale. Le preoccupazioni delle donne dipendono allora dalla sensazione di perdita dell’essenza della loro identità e delle caratteristiche femminili. Infatti, se l’immagine della donna è doppiamente valorizzata in quanto oggetto di fecondità e oggetto sessuale, la menopausa viene vissuta come una perdita irreparabile su ambedue i piani..Ma se è sposata, ricca, dotata di una certa abilità in certi campi, se ha avuto un buon padre, dei figli, acquisisce uno status particolare che le permette di compiere azioni riservate agli uomini

La donna in menopausa però può divenire vittima di un rifiuto sociale e conseguente abbandono. Se è vecchia, povera, non ha più marito e figli per proteggerla diventa la strega, fonte di ogni male, la donna della maschera gelida descritta da Balzac.

Tra le donne Beti del Camerun la fine delle mestruazioni coincide con quella delle relazioni coniugali, a vantaggio delle mogli più giovani (il che mi ricorda qualcosa..) Le donne non possono più toccare o avvicinare  un uomo, ma proprio questo le valorizza, conferendo loro potere personale.

Come ricorda Michela Fusaschi Anche nel nostro universo culturale, le donne ad un certo punto della loro vita si potevano comportare come gli uomini, si diceva infatti che diventavano “maschie”,e addirittura, nell’Italia meridionale, una volta vedove o in menopausa potevano acquistare una casa.

Ritengo che nostre parti la menopausa sia un fenomeno culturalmente censurato, trattato come una malattia. Il simbolo slitta dal piano della fertilità a quello dell’appetibilità sessuale verso una donna giovane e stereotipata (nella solita ottica softporno che induce a far del sesso un prodotto, causando forti problemi di relazione). Le donne qui non possono invecchiare. Rimpinzate di ormoni, siringate con il botulino, socialmente indotte a partorire tardivamente. Il tempo è diventato roba da povere (di questo mi sono convinta vedendo volti deformati dall’ansia di gioventù. Non ho mai sentito dire che uno di questi volti è bello. Sospetto non  sia la bellezza lo scopo, ma la comunicazione dello status di abbiente, quindi al di sopra del tempo).

Per approfondire i riferimenti etnografici sulla menopausa consiglio l’articolo di Michela Fusaschi, pubblicato nella rivista online la rivista Storia delle donne (fantastica)

 

 

 

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Las muertas (da Los muertos di María Rivera)

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(…) Allá van Da lì vengono
María,
Juana,
Petra,
Carolina,
13,
18,
25,
16,
los pechos mordidos, i seni morsi,
las manos atadas, le mani legate,
calcinados sus cuerpos, bruciati i loro corpi,
sus huesos pulidos por la arena del desierto. le loro ossa levigate dalla sabbia del deserto.
Se llaman Si chiamano
las muertas que nadie sabe nadie vio que mataran, le morte che nessuno sa nessuno vide che uccisero,
se llaman si chiamano
las mujeres que salen de noche solas a los bares, le donne che vanno sole di notte ai bar,
se llaman si chiamano
mujeres que trabajan salen de sus casas en la madrugada, donne che lavorano escono dalle loro case all’alba,
se llaman si chiamano
hermanas, sorelle,
hijas, figlie,
madres, madri,
tías, zie,
desaparecidas, scomparse,
violadas,violentate,
calcinadas, bruciate,
aventadas, gettate via,
se llaman carnesi chiamano carne,
se llaman carne. si chiamano carne.

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Un 25 novembre poco trendy

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Quest’anno  il 25 novembre è poco popolare.

A scuola ho chiesto in due seconde dell’istituto superiore: nessuno sa che giorno sia.

Dal 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza contro le donne (ricordando il crudele assassinio delle tre sorelle Mirabal, durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960).

Dalla notte del 13 novembre, però, i media sono concentrati sul terrorismo e sappiamo quanto questo manipoli le nostre emozioni e la nostra percezione.

Anche questo porre la questione terrorismo Isis come una guerra tra civiltà, o tra civili e tagliagole, trasforma il corpo delle donne in campo di battaglia, se è vero che in Inghilterra si moltiplicano le aggressioni di maschi bianchi verso donne mussulmane che indossano il velo.

Una scusa come tante, dato che chi maneggia statistiche sulla violenza di genere sa bene come le vittime vengano generalmente uccise da quegli stessi italiani che oggi si preoccuperanno di quanto i mussulmani non tengano in considerazione le donne.

Peccato che proprio il calo di interesse verso il 25 novembre li smentisca.

Peccato che intanto basti accendere la televisione per rendersi conto che l’opinione di una donna è evento straordinario.

Peccato che intanto la maggioranza continui a ritenere sensato chiamare Ministro una Ministra e Capo una Capa.

Peccato che a scuola come al lavoro è tutta colpa della mamma, che si tratti di educazione dei figli o di reale o potenziale status di madre.

Peccato che per le ragazze il modello premiato è da miss, mentre per i ragazzi da sportivo professionista, e che lo sport professionista sia solo maschile.

Peccato però che se ti conci da miss e vieni stuprata molti diranno che te la sei cercata, e se sei brutta o vecchia non mancherà chi scherzerà dicendo che ti han fatto un favore

Peccato che intanto la pratica criminale della prevaricazione sino alla forma estrema della soppressione della compagna o desiderata tale abbia dimensioni pari a quella delle vittime di mafia.

Il comico Crozza ha recentemente chiesto agli spettatori quanto debba essere vicino un attentato per colpirci. Si riferiva – a ragione – alla diversa percezione del lutto rispetto a vittime europee o russe o siriane.

Rilancio. Non solo la vicinanza geografica e culturale gioca un ruolo, perché l’ottica di genere ci dimostra che se sei donna questa solidarietà di massa non scatta. Altrimenti come spieghiamo la mancanza di cordoglio generale  verso le donne cadute per mano di un compagno reale, ex o presunto tale? Non sono anche loro vicine a noi? Non vivono una vita simile alla nostra? Eppure, al di là degli attivismi o delle affermazioni narcisistiche queste violenze non sollevano lo stesso sdegno popolare.

Ben ne è cosciente la politica, sempre pronta a sbandierare slogan per lo più inadeguati e molto meno pronta a passare a fasi operative.

Sarei grata di aver notizie confortanti sul finanziamento ai centri anti violenza. Altrettanto della fantomatica partenza del  piano antiviolenza.

Quanto alla formazione e prevenzione mi son già fatta un’idea: gli inventori della teoria del gender possono esistere solo grazie a una poderosa inadempienza istituzionale anche in questo settore.

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A questo gioco non gioco

La vincitrice di Miss Italia viene intervistata e spara stupidaggini tra le risatine di uomini. 

Intendiamoci: non che le spari più grosse di tanti personaggi pubblici maschili, il fatto è che lei ha un suo ruolo.

Lei è la stupida in carica: si celebra una bellezza oggettivata in pieno stile “sii bella e stai zitta, che è meglio.”

La diciottenne dice che le piacerebbe vivere negli anni della guerra dato che in quanto donna non avrebbe fatto il militare. 

Così ecco rimbalzare sui social post sdegnati e aggressivi contro questa ragazzina colpevole di aver svelato la sua mancanza di spessore. Lo trovo particolarmente pretestuoso.

I concorsi da Miss son fatti per umiliare l’intelligenza delle donne e tenerle nel ghetto della carne fresca da fiera. La storia delle donne devi andartela a cercare nelle migliori delle ipotesi tra le schede di approfondimento. I concorsi da Miss sono tutto quel che viene offerto a modello, per saperne di più devi avere un animo ribelle e opinioni proprie. 

Attaccare le ragazzine modellate da questo gioco antico è guardare il dito che indica la luna. A questo gioco non gioco.

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La banalità del maRe

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Il mar Mediterraneo continua a riempirsi di morti. Uomini, donne e tanti bambini e bambine. Le stragi si susseguono. Ci stiamo abituando a sentire approssimazioni dell’ordine delle centinaia. Ieri siamo passati da 700 a 900. Gli unici in grado di sapere quante persone sono su un barcone son i trafficanti, che incassano i soldi da ciascuno. Questi morti non sono nemmeno un numero. Anche quando il corpo viene ritrovato, non è facile risalire alla sua identità.

Sta succedendo nel nostro mare, sotto gli occhi di quella stessa Europa che ha visto il genocidio nazista e che si sta nascondendo dietro dichiarazioni di intenti a ogni strage. Un’Europa  schizzo frenica, divisa: da una parte quella dell’economia e dall’altra quella del diritto, ambiti che non stabiliscono connessioni, in un corto circuito evidente. Ieri, ascoltando le dichiarazioni internazionali, ho provato nausea. Rapporti di sfruttamento economico e violenza stabiliscono un sistema di gerarchie umane e nuovi modi di fare genocidio.

L’interrogativo del secondo novecento fu: come è stato possibile lo sterminio nazista? Hannah Arendt vide nel nazista Eichmann il prototipo degli uomini disabituati a pensare, incapaci di dialogare con se stessi, di rispondere a se stessi; prigionieri di stereotipi e convenzioni e impermeabili al richiamo della realtà.  Ecco come è stato possibile.

La banalità del male è sotto i nostri occhi anche oggi. Lo abbiamo  visto dalle immancabili reazioni sui social (700 morti troppo bello per essere vero) e dalle inaccettabili dichiarazioni politiche.

L’Italia si prepara a celebrare la liberazione dal nazi fascismo. Confido nell’efficacia rituale affinché sappia purificarsi dalla banalità del male.

Questa mattina intanto, a Boves, paesino tristemente noto per la prima strage nazifascista in Italia, 3 scalmanate classi delle medie hanno osservato un silenzio perfetto in memoria dei morti nel Mediterraneo. Grazie piccole pesti: siete voi il mio 25 aprile!