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Il mestiere più antico del mondo

 

Un luogo comune molto diffuso attribuisce alla prostituzione la caratteristica di mestiere più antico del mondo. Lo considero un misero quanto efficace tentativo di nascondere  una verità molto scomoda:  il mestiere più antico è quello dell’insegnante.

L’uomo e la donna sono gli unici animali che non si evolvono tanto biologicamente, quanto culturalmente.

La tesi più ovvia è sempre stata quella secondo cui dapprima l’uomo conquista evolutivamente la propria attrezzatura organica (tra cui il cervello) e poi sviluppa la cultura. Le indagini paleantropologiche degli ultimi decenni hanno invece posto in luce che lo sviluppo cerebrale tipicamente umano è avvenuto in un ambiente già ampiamente caratterizzato dalla cultura. E questo ha portato a sostenere che il cervello non è soltanto fattore, condizione o causa efficiente della cultura (tesi che nessuno si sognerebbe di negare), ma che è anche il suo prodotto (F. Remotti, Contro l’identità).

Il corpo dell’uomo moderno è più o meno quello dei sapiens sapiens di 35.000 anni fa.  Banalizzando, in caso di freddo gli umani non si ricoprono di pelo: si coprono con quello degli altri animali, accendono il fuoco, costruiscono abitazioni. Ecco perché sono gli unici a vivere quasi ovunque sulla terra. Non nascono con le “istruzioni per l’uso del mondo” già pronte, come gli altri animali, ma le devono apprendere.

Il complesso di queste istruzioni va sotto il nome di culture, ovvero, secondo la celeberrima definizione quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società  (E.B. Taylor, 1871)

Le culture sono in continua trasformazione e ibridazione. Non sono geneticamente trasmissibili. Occorre qualcuno che insegni e qualcuno che impari. Mi spingo oltre: accade che insegnando si impari e viceversa.

Ecco perché trovo ripugnante relegare questa attività a stereotipi: la fissità è nemica della Cultura. Paradossalmente, Einstein ha affermato di non aver mai insegnato nulla ai suoi studenti, ma di averli messi nelle condizioni di imparare.

Un tempo si esortava allo studio “per farsi una posizione”.  Sconsiglio vivamente di continuare a farlo. I fatti ci smentiscono: corruzione, ignoranza, conformismo mascherato, ipocrisia sono sotto gli occhi di tutti.

Conoscere, mettersi in discussione, incuriosirsi, fantasticare, vivere altri mondi, appassionarsi è quanto di più umano ci sia ed è una risorsa formidabile per affrontare la vita e i suoi dolori. Questa è la mia esortazione. Mi ci aggrappo forte, anche quando sbatto contro persone convinte che la felicità stia in un oggetto di lusso o in un codazzo di gentaglia ossequiosa che ti circonda.

Insegnare a pensare è il mestiere di cui parlo. Certo: posso illudermi di tuffarmi in laghi dalle acque profonde per scoprire dolorosamente che erano pozzanghere, ma può accadere anche il contrario.

Funziona così da sempre: è il mestiere più antico del mondo

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Razza. Una citazione

Franz Boas mentre mima la danza Hamat'sa degli Kwakiut (Columbia Britannica)
Franz Boas mentre mima la danza Hamat’sa degli Kwakiut (Columbia Britannica)

Né s’è mai potuto accertare uno stretto rapporto tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale, quale si ritrova comunemente anche nella letteratura scientifica, è fuorviante e richiede una nuova definizione sia logica che biologica. Mentre un gran numero di biologi, psicologi e antropologi americani sembrerebbero concordare con ciò, il pregiudizio popolare, basato su un’antica diffusa tradizione scientifica, è ancora vivo e il preconcetto razziale rappresenta ancora un importante fattore nella nostra vita.

Franz Boas

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La posizione relativa. Una citazione

.. Infatti, la ricerca sul terreno, da cui ha inizio ogni carriera etnologica, è madre e nutrice del dubbio, atteggiamento filosofico per eccellenza. Questo «dubbio antropologico» non consiste solo nel sapere che non si sa nulla, ma nell’esporre risolutamente quel che si credeva di sapere e persino la propria ignoranza, agli insulti e alle smentite inflitte, a idee ed abitudini carissime, da idee e abitudini che possono contraddirle al più alto grado. Al contrario di quanto suggerisce l’apparenza, noi pensiamo che l’etnologia si distingua dalla sociologia per il suo metodo più strettamente filosofico. Il sociologo oggettivizza, per paura di essere tratto in inganno. L’etnologo non prova questa paura, poiché la remota società da lui studiata non lo coinvolge, e poiché non si condanna in anticipo a estirparne tutte le sfumature e tutti i particolari, e persino i valori, insomma, tutto ciò in cui l’osservatore della propria società rischia di essere implicato. Scegliendo un soggetto e un oggetto radicalmente distanti l’uno dall’altro, l’antropologia corre, però, il rischio che la conoscenza dell’oggetto non colga le sue proprietà intrinseche, ma si limiti a esprimere la posizione relativa, e sempre mutevole, del soggetto rispetto ad esso. È possibilissimo, infatti, che la pretesa conoscenza etnologica sia condannata a restare bizzarra e inadeguata quanto quella che un visitatore esotico avrebbe della nostra società. L’indiano kwakiutl, che Boas invitava talvolta a New York, perché gli servisse da informatore, era indifferente allo spettacolo dei grattacieli e delle strade solcate da automobili. Egli riservava tutta la sua curiosità intellettuale ai nani, ai giganti, e alle donne barbute che venivano allora esibite in Time Square, ai distributori automatici di piatti cucinati, alle sfere di ottone che ornavano l’inizio delle ringhiere delle scale. Per ragioni che non posso evocare qui, tutto ciò metteva in causa la sua particolare cultura, ed essa sola egli cercava di riconoscere in taluni aspetti della nostra. A modo loro, gli etnologi non cedono forse alla stessa tentazione, quando si permettono, come fanno tanto spesso, di interpretare di bel nuovo i costumi e le istituzioni indigene, nell’intento inconfessato di inquadrarle meglio nelle teorie del momento? Il problema del totemismo, che molti di noi considerano diafano e insostanziale, ha pesato per anni sulla riflessione etnologica, e noi oggi comprendiamo che tale importanza derivava da un certo gusto dell’osceno e del grottesco, che è come una malattia infantile della scienza religiosa: proiezione negativa di un timore incontrollabile del sacro, di cui l’osservatore stesso non è riuscito a liberarsi. Così, la teoria del totemismo si è costituita « per noi », non « in sé », e nulla garantisce che, nelle sue forme attuali, essa non dipenda ancora da una simile illusione.

Claude Levi Strauss, tratto dalla lezione inaugurale al Collège de France, 5 gennaio 1960

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Il mondo delle cose: una citazione

L ‘uomo è un essere sociale. Non potremmo mai spiegare la domanda considerando unicamente le proprietà materiali dei beni. L’uomo ha bisogno dei beni per comunicare con gli altri e per dare un senso a ciò che succede intorno a lui.() In termini generalissimi, obiettivo fondamentale del consumatore è ottenere informazioni sulla mutevole scena culturale.

Mary Douglas, Il mondo delle cose

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L’antropologia è reato?

Il lavoro di ricerca e documentazione delle attività dei movimenti politici e sociali costituisce un ambito importante di indagine per le scienze sociali, l’osservazione partecipante è nella valigetta degli attrezzi dell’antropologo, ma ultimamente una pericolosa tendenza la considera reato

Il Tribunale di Torino ha condannato a due mesi di reclusione una studentessa che stava preparando la tesi di laurea magistrale in Antropologia culturale, etnologia e etnolinguistica . La ricerca che verteva sui movimenti sociali e in particolare sui movimenti No Tav. La sua presenza alla una manifestazione nel giugno 2013 è stata ritenuta reato.

Un professore associato di Antropologia  è stato fotografato dalla Digos.  Stava compiendo una missione di ricerca in Salento ufficialmente registrata dal suo Ateneo, e che studia in particolare i simboli e i linguaggi della protesta (anche nella cosiddetta Terra dei Fuochi).  Ha ricevuto dal Tribunale di Brindisi un avviso di garanzia e di chiusura delle indagini preliminari in cui si configura un’accusa di sospensione di servizio pubblico e di partecipazione alla pianificazione dell’azione di disturbo. 

L’Associazione Nazionale degli Antropologi Culturali, l’Associazione Italiana delle scienze Etno-Antropologiche, la Società Italiana di Antropologia Applicata e l’Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia – in una mozione congiunta in difesa dell’osservazione partecipante – lanciano l’allarme, ricordando come in molti altri contesti simili gli studiosi abbiano subito minacce, allontanamenti, perquisizioni non autorizzate.

 

 

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Tra etnia e tribù mi dici chi sei tu?

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Gli antropologi sanno che usare una lingua piuttosto che un’altra, grazie alle differenti sintassi, crea meccanismi logici diversi. Banalmente: se in inglese il possessive case del genitivo sassone mette in primo piano il possessore, anche il parlante porrà attenzione prima al possessore che alla cosa.

Quello che sospetto è che lo stesso meccanismo valga per chi non utilizza la propria lingua adeguatamente o lo fa troppo pigramente. Penso alle sintassi stravolte o troppo semplici.

Siamo sicuri che il deragliamento della sintassi sia completamente estraneo alla grande difficoltà del pensare di adulti e meno adulti?

Al di là della grammatica, provo a fermarmi alle parole (molti attribuiscono importanza all’uso di un termine piuttosto che di un altro e questo è solo un mio tentativo di spiegare che questa attenzione ha un suo perché che travalica lo stereotipo dell’ipocrisia del “politicamente corretto”).

Etnia e tribù sono termini conosciuti, ma – cercando di approfondire – il loro senso sembra  scivolare altrove…

Etnia deriva etimologicamente dal greco ethnos, ovvero gruppo umano distinto da caratteristiche geografiche, linguistiche e culturali. Dunque se un tempo ci si focalizzava sull’idea di una discontinuità razziale, oggi potremmo ben dire che alla razza è stata sostituita l’etnia. Classificare etnie è stata un’operazione di metodo, che ha fornito uno strumento per raccogliere dati sul campo e comparare materiale. Questo significa anche che le etnie sono spesso invenzioni di amministratori coloniali ed etnologi. Proprio l’etnia produce l’etnicità, ovvero l’adesione identitaria del gruppo, con conseguente rivendicazione. La differenza culturale dunque viene classificata, organizzata e comunicata. Per organizzare la differenza occorre ovviamente un “noi” ed un “loro”.

Tribù è parola che difficilmente mette d’accordo gli antropologi. La troviamo usata in riferimento all’organizzazione politica. Morgan definiva tribù l’organizzazione sociale basata sulla parentela. Spesso tribale e primitivo sono stati considerati sinonimi. Se usato in contesto evolutivo, il termine t. si è riferito a un sistema produttivo basato non più su caccia e raccolta, ma su agricoltura e allevamento. La tribù, nell’ottica neoevoluzionista, segue la fase della banda, distinguendosene per la capacità dei vari lignaggi di perseguire interessi propri. In contesti coloniali la semplificazione del concetto di tribù ha avuto sviluppo analogo a quello di etnia.

La difficoltà, infatti, sta nell’idea di un gruppo con confini precisi e immutabili. Onestamente poco credibile in un contesto nel quale, tra l’altro, le regole della geografia, della lingua e della cultura sono abissalmente diverse.

L’esempio del pomodoro importato dalle Americhe e divenuto simbolo di italianità ha fatto il suo tempo quando con un clic posso sentirmi parte di gruppi dall’altra parte del mondo e condividerne linguaggi, valori, itinerari…