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Il pretesto della famiglia

In merito alle ultime polemiche circa la modulistica per richiedere la carta di identità e la presunta dicitura “padre e madre” o genitori o chissà che altro, vorrei solo far notare come la carta di identità NON rechi indicazioni circa i tutori del minore e come questa ennesima bandiera mi ricordi molto la riflessione circa le maldestre mosse inclusive narrate nel testo di Marco Aime “Eccessi di culture”.

Forse dovremmo iniziare a dar meno corda a certi giochetti

diario · visioni

Diffido

 

Dinnanzi alle migrazioni e il modo di reagirvi io diffido.

Diffido di questa compulsione agli slogan dei “buoni” e a quelli dei “cattivi”.

Sono convinta che la vera cura ricostituente miracolosa dei fascismi sia stata proprio questa: l’evidente ipocrisia dei buoni. Coloro che gridano all’abolizione dello schiavismo e di fatto pongono esseri umani in condizioni di totale balia altrui, senza neppure il tetto che veniva garantito agli schiavi. Coloro che hanno reso il sogno cooperativo il regno dello sfruttamento.

Così come mi insospettisco quando sento parlare della “forza delle donne”, ben sapendo quanto questo legittimi il sovraccaricarle e il considerarle una categoria generale invece che tante soggettività, oggi mi insospettisco quando sento parlare generalmente di essere umani o no. Tanto per i cattivi quanto per i buoni.

“Prima gli italiani”, gridano i furbi, forti della colpa dei “buoni”.

L’analisi più oggettiva di questa frase monca mi pare quella grammaticale, laddove quella logica e quella del periodo sono impossibili causa mancanza – guarda caso – del predicato, ovvero dell’azione.

Dunque:

Prima: avverbio di tempo

Gli: articolo determinativo maschile plurale

Italiani: sostantivo di tipo concreto, maschile plurale, tassonomia etnica.

italiani

La frase monca mi frana sul sostantivo. L’italianità è  qualcosa di concreto, che si tocca? Esiste il gruppo etnico italiano? Chi sono gli italiani? Coloro che hanno la cittadinanza? Chi ci è nato? Chi ci vive? Chi dovrebbe riconoscersi in una lingua e una storia così complessa?

Forse Paolo Mantegazza, fisiologo, antropologo, etnografo, che partecipò attivamente al Risorgimento, può venirci in aiuto. Agli albori dell’antropologia italiana  tentò un censimento dei vari gruppi etnici che formavano quella che oggi chiamiamo Italia. A lui si debbono la Raccolta di materiali per l’etnologia italiana (1871), l’Inchiesta sulle superstizioni in Italia (1887), il concorso per tracciare la carta etnografica d’Italia (1895). Si trattava di classificazioni di tipo evoluzionista, tardo-ottocentesche, allorquando il pensiero di Darwin sembrò poter dare tutte le risposte. Sono, per intenderci, gli stessi anni di Lombroso. Trovare la matrice comune dei popoli italiani, è stata l’ossessione di studiosi fino agli anni settanta dell’ottocento, dopo si sono dedicati alle diversità. Uno dei progetti  è la “Raccolta di Materiali per l’Etnologia italiana”, nel 1871 di Mantegazza, Lombroso, Schiff e Arturo Zanetti.

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Paolo Mantegazza(1831-1910)

Non a caso cito l’alba dell’antropologia italiana, allorquando gli antropologi erano quasi tutti medici e la convinzione era quella di studiare la specie uomo e le sue razze e il modo di creare una società nazione. Lo stesso Mantegazza militò nella destra storica ma è personaggio di ben altro spessore di quelli che oggi dovrebbero risolvere e gestire le grandi questioni della società.

Attualmente antichi retaggi decontestualizzati e incorporati sembrano animare sia i buoni che i cattivi. Allora era chiara l’esistenza di una cultura dominante e di gran parte della popolazione esclusa.

Oggi si generalizza talmente spesso da non cogliere sottigliezze come la classe, il genere, lo status.

Dunque io diffido.

Diffido degli economisti, della finanza, dello spread, del modo bidimensionale e social di interpretare le domande.

Abbiamo fatti: migrazioni (qualcuno ha riscontri di qualsiasi tipo che avvalorino l’idea delirante del blocco di fenomeni del genere?), diseguaglianze sempre più enormi (ben più che nella preistoria, nel Medioevo, ecc), egemonie culturali deprivate di spessore.

Voglio contesti, approfondimenti, azioni personalizzate.

Non esistono meriti nel nascere in un luogo o una condizione. Non esistono ricchissimi senza poverissimi.

Voglio persone, non personaggi.

 

 

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I Mu gu gnon

C’è una grande tribù patriarcale che ha perso il contatto con la civiltà.

Le indagini linguistiche, genetiche, antropologiche non vengono a capo della provenienza specifica dei vari clan. Ogni volta qualcosa non torna.

Sarà per la peculiarità dei suoi membri. Pare infatti che invece del noto dono che vincola ciascuno trasferisca un giudizio che vincola il ricevente ad emetterne un altro verso un terzo e così via. Il guaritore parlerà del maestro, giudicando un lavoro del quale non conosce dinamiche, regole e magie e lo stesso farà il maestro nei confronti del mercante, che a sua volta giudicherà il contadino. Il circuito di scambi coinvolge l’intera società in un perenne borbottio.

L’efficienza di questa inerzia è sorprendente..

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Le ho viste

Le ho viste tutte passare in strada

anime scalze,

che si guardano dietro,

temendo di essere seguite

dai piedi della tempesta,

ladre di luna

attraversano,

camuffate da donne normali.

Nessuno le può riconoscere

tranne quelle

che somigliano a loro

Maram Al-Masri

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L’ abuela virtuale

Immagino che accada sempre così: quando si avvia un’innovazione non si ha la minima idea di dove ci porterà.

Penso all’aspetto decisamente manipolatorio della personalità del profilo facebook, ma anche a quanto la percezione di contatto data dalla virtualità (email, videochiamate, whatsup ecc) influisca nel prendere più leggermente trasferimenti importanti.

Soprattutto rifletto sulle relazioni.

Un tempo se lasciavi la famiglia sapevi di dover tornare, o al limite di poterti concedere una rara e costosissima telefonata, per avere un contatto.

Potevi scrivere, concedendoti una sfera comunicativa diversa, diaristica, riflessiva.

Ben altra cosa dalla vita interpretata dai più sui social con tanta convinzione da rischiare di far diventare quelle che erano persone dei personaggi, con un pubblico che alimenta i loro falsi sé e che non ha rapporti reali con chi posta.

Mi chiedo quanta distanza tutte queste occasioni di apparente comunicazioni stia ponendo tra le persone e quanto efficacemente possa boicottare il contatto con se stessi (mai mi stancherò di sottolineare il potente effetto del tasto like nel portare conformismo, influenzando le proprie esternazioni in virtù del gradimento di massa).

Dal 24 settembre sono nonna, o meglio, abuela, visto che  ho una discendenza messicana. Mia nipote è il bellissimo frutto di due terre divise da un’oceano. Quando mia figlia era piccola ho raccolto molte informazioni sulle tradizioni circa maternità e puerperio. Il corpo e la malattia nella tradizione popolare era la mia ricerca.

Il corpo era un tema importante e in questa fase della vita delle donne la sua cura era un nodo importante tra le donne e le generazioni.

In effetti la suocera mi ha inviato la foto di una sorta di crepes pallida cucinata per la neomamma, secondo tradizione, ma nel nostro caso quel nodo è un fantasma che naufraga online.

Mia figlia mi manda tante foto, video. Mi mostra una nipote che non ho visto nascere e che ancora non ho preso in braccio. La videoregistra con il cellulare, la incita a guardare. So che una neonata non vede bene, ma questi nipoti virtuali quali percezioni acquisiranno?

Il destino delle relazioni parentali sarà sempre più privo di corpo, di tatto, di odori, di fisicità?