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I bambini han bisogno di mamma e papà

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Ogni volta che sento dire “I bambini han bisogno di mamma e papà” mi viene una fitta al cuore.

Penso a quanti bambini e bambine vengono trattati diversamente a causa di questa curiosa convinzione e a quanti genitori debbano stringere i denti

Intendiamoci: mamma e papà vanno bene. O meglio: a volte sì, a volte no. Ad esempio, ci sono famiglie mono genitoriali che se la cavano meglio così.

Quanto peso può avere questa frase maledetta in situazioni di violenza in famiglia?

Una generalizzazione di questo tipo è crudele anche in caso di vedovanza o abbandono.

I fanatici della fantomatica “famiglia naturale” si autoproclamano difensori della famiglia, ma attaccano le famiglie diverse dalla loro, famiglie che per una ragione o per l’altra hanno probabilmente spalle più larghe, abituate alla sofferenza invece che all’ipocrisia. Adulti probabilmente più umani.

Ecco: di questo han certamente bisogno tutti i bambini del mondo, e non solo loro…

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A questo gioco non gioco

La vincitrice di Miss Italia viene intervistata e spara stupidaggini tra le risatine di uomini. 

Intendiamoci: non che le spari più grosse di tanti personaggi pubblici maschili, il fatto è che lei ha un suo ruolo.

Lei è la stupida in carica: si celebra una bellezza oggettivata in pieno stile “sii bella e stai zitta, che è meglio.”

La diciottenne dice che le piacerebbe vivere negli anni della guerra dato che in quanto donna non avrebbe fatto il militare. 

Così ecco rimbalzare sui social post sdegnati e aggressivi contro questa ragazzina colpevole di aver svelato la sua mancanza di spessore. Lo trovo particolarmente pretestuoso.

I concorsi da Miss son fatti per umiliare l’intelligenza delle donne e tenerle nel ghetto della carne fresca da fiera. La storia delle donne devi andartela a cercare nelle migliori delle ipotesi tra le schede di approfondimento. I concorsi da Miss sono tutto quel che viene offerto a modello, per saperne di più devi avere un animo ribelle e opinioni proprie. 

Attaccare le ragazzine modellate da questo gioco antico è guardare il dito che indica la luna. A questo gioco non gioco.

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Un colpo al cerchio e uno alla botte

Per quanto vi crediate assolti, siete tutti coinvolti

Il genere letterario della bufala anti-immigrati è tornato con prepotenza su giornali, siti e social network. Si apre così un articolo ben documentato sulle bufale funzionali le smonta una ad una, facendo un’importante specificazione. Quello del richiedente asilo e del rifugiato è status riconosciuto a chi ha “giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche”.  La protezione sussidiaria si ottiene invece quando – in caso di rimpatrio – la persona sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani.

Il gioco delle parole non è secondario. Usarne una invece di un’altra veicola piccoli contenuti nascosti e insidiosi. Non importa quanto tu sia convinta-o di usarle con ironia.

Ultimamente la questione immigrazione rimbalza come una patata bollente tra Paesi europei. Venti neonazisti si sollevano. Si rifanno muri e treni sigillati. Si concentrano persone in condizioni disumane. Altre vengono allocate in alloggi, magari in quartieri residenziali, così da soffiare sul fumo del migrante trattato da villeggiante. Alla fiera di Genova c’è il padiglione D. In questo periodo in città le temperature molto alte e il tasso di umidità sono tali da invitare la popolazione a non uscire di casa. Nemmeno riesco a immaginare come stiano lì dentro.

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In tempi di così spasmodica ricerca di consenso social, dilaga la frase de panza, il solito gioco facile. Sto leggendo post da insospettabili. Dar addosso a stranieri in generale o considerati tali (come i tantissimi rom italiani) funziona meglio dei gattini su facebook.

Penso a quella gente che nascondeva gli ebrei al tempo del nazismo. Rischiavano sulla loro pelle. Nasconderli era illegale. Senza gente così come sarebbe andata? Lo facevano anche i preti. Siamo già al bivio? Quello tra chi nasconde e chi è complice? Mi sento una vigliacca a pensarci e quei tempi che a scuola mi parevano impossibili ora mi son più chiari. Capisco meglio come possa succedere che stiano tutti fermi o  a sparar veleni o a causare morti seriali.

I nodi stanno venendo al pettine. Gridando non passa lo straniero ingrassiamo solo i peggiori connazionali. Non di meno, a botte di 35 euro al giorno per persona, questi umani sono un gran bel businness. Sappiamo benissimo cosa significa in un paese corrotto come il nostro. E quanto proprio questa corruzione sia la vera bestia nera che ci mangia vivi. Mi è stato raccontato di un tizio che come pena alternativa sta facendo le pulizie in un appartamento nel quale ci sono profughi. Uno di quelli in zone signorili. Ce ne ficcano una dozzina, forse più. Fate due conti. Mi chiedo perché non li mettono in condizioni di far da soli. Forse perché la cooperativa guadagna doppio facendo far qualcosa al tizio che lavora gratis? (Non sia mai che diventi lavoro retribuito per qualcuno) . Chi se ne frega se così questo- che di per sé non sarà esattamente un angioletto- li odierà e come lui tanti altri benpensanti del quartiere chic.

Invece di progettualità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Soldi a chi si spertica in umanità pelosa e nuovi gorilla per i nazisti o chi ne fa le veci. I flussi continueranno. Non sono loro che han inventato la globalizzazione. E nemmeno la crisi…

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L’ora di antropologia: una scommessa antiraptus

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A Genova in pieno centro un uomo impazza,  seminando il terrore con l’auto, cercando di investire l’exmoglie, travolgendo passanti, imboccando la strada contromano, tentando e ritentando.

Rifletto sull’istituzione della categoria Raptus e sul ripetersi della sua performace. Si parla di raptus. Di un’ironia significativa è leggere sulla striscia del link: manin-uomo-investe-moglie-zerbino (sul piano della realtà moglie è l’ex, zerbino è la piazza).

La cronaca pone sotto lo sguardo pubblico l’evidenza di una violenza nelle relazioni umane. Violenza che coinvolge luoghi, ambiti e livelli di prossimità diversi: dal globale al locale, dal materiale al simbolico, dal pubblico al privato. Abbiamo un fenomeno di violenza di genere particolarmente specializzato nelle relazioni di prossimità. Potere ed emozioni. A questo penso nell’osservazione partecipante del discorso sulla violenza. Alle gerarchie che disegnano, alle dinamiche dominanti e dominati, alla banalità del male.

L’organizzazione mondiale della sanità considera la violenza un problema di sanità pubblica. Come avrebbe guardato De Martino questi uomini raptus?

L’antropologia ci insegna a indagare attraverso le relazioni di parentela, politiche, economiche e sociali. Ci dice  che le emozioni sono manufatti culturali, ovvero che sono il frutto di un processo di inculturazione. Le reazioni emotive che bambini e bambine vedono agite e-o rappresentate intorno a loro vengono assimilate e archiviate come istruzioni per l’uso della vita e del mondo. Una realtà conosciuta anche empiricamente, dato che chi si occupa sul campo di violenza sulle donne finisce inesorabilmente a lanciare appelli e impegnarsi sul piano dell’educazione al rispetto. Una realtà riconosciuta almeno ufficialmente sul piano della legge, che blatera di un piano di prevenzione attraverso la scuola. Di scuola oggi si parla solo in termini economici e di potere. Il potere del preside sceriffo, i diritti dei lavoratori. La sua funzione e potenzialità vengono eclissate. Una risorsa inerte e vetusta della scuola, assolutamente non in discussione nel dire, fare e disfare della riforma, è l’intoccabile ora di religione. Una materia che ottiene un diverso trattamento e ordinamento istituzionale. Presente nelle scuole di ogni ordine e grado, facoltativa, i docenti di religione vengono  indicati dalle diocesi e pagati dallo Stato (italiano, non vaticano). Lascio a chi legge ogni considerazione sul piano politico, mi interessa puntare l’attenzione su quello dell’opportunità di sostituirla con l’ora di antropologia, offrendo ad alunni e studenti gli strumenti per affrontare e riconoscere “le istruzioni per l’uso” del mondo. Un percorso funzionale appunto a riconoscere le emozioni e a sviluppare la capacità di pensare, porsi domande, riconoscere il valore dei simboli.

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La via dei like

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Quanti motti svelti e battute di spirito, fatti apposta per piacere apprezziamo o postiamo ogni giorno? L’approvazione on line di contatti conosciuti e non genera gratificazione. Un fenomeno che può arrivare a gonfiare un falso sé, enfatizzando il personaggio ai danni della persona. Il mio sospetto è che abbia potenzialmente gli stessi effetti su una comunità.

Facebook sa bene di avere le emozioni della gente in mano. Tempo fa promosse una ricerca sulle emozioni manipolando campionari di profili e loro aggiornamenti proprio per testarne le reazioni e gli umori che derivavano. Lo fece senza consenso. Ricordo un vecchio articolo di Laurie Penny (Internazionale) in proposito.

Che conseguenze socio culturali portano il senso di esclusione o appartenenza che ne derivano? Quanta ipocrisia nutre questa compulsione al click? In fondo basta poco per sentirsi una brava persona, posso cliccare mi piace a motti scontati o millantare contenuti che in realtà non conosco.

Molto si parla della trivialità dei social, attribuendone la causa all’anonimato. La mancanza del faccia a faccia, però, è il primo ingrediente per eliminare la possibilità di empatia e indurre a credere che la vita sia una rappresentazione. Sappiamo invece che il virtuale è reale, produce effetti.

Ogni tanto il pensiero imbocca itinerari curiosi. Ricordate la frase attribuita a Maria Antonietta “che mangino brioches”? Secondo la leggenda, la regina di Francia reagì così alla richiesta di pane del popolo.  Mi sono appena sorpresa a chiedermi quanti like avrebbe preso e che conseguenze politiche avrebbe avuto…

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Diario dal machomondo

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L’altro giorno sono stata a un’assemblea studentesca surreale. Il comportamento di un branco di studenti ad altissima percentuale maschile è stato del tutto irrispettoso, sotto gli occhi degli insegnanti. Cosa è cambiato rispetto a tante altre situazioni in cui le assemblee hanno avuto esiti buoni se non ottimi? A caldo direi che la differenza sia stata la presenza di adulti uomini  (insegnanti) che per primi si mostravano palesemente disinteressati. L’unico intervento è stato quello di un ragazzino “però le ragazze provocano vestendosi in certi modi”, che ha suscitato un boato di consensi. Voglia di violenza pura. Nessun interesse per la risposta, coperta dal persistere dei rumoreggiamenti. Non era una domanda, considerato il totale disinteresse nella risposta. Era una performance di violenza simbolica. Nessuna reazione dei docenti.

Stamattina ero dal giornalaio. Un signore dall’aria socievole si è esibito nel solito triste teatrino “Visto quante ammazzate? Se ci son tutte queste donne uccise vorrà ben dire che lo meritano, no?”. Si sentiva simpatico.

Domani inizio una supplenza in carcere. Gli studenti saranno uomini. In effetti l’intera popolazione carceraria è di 53.498 e di questi le donne son solo 2.309.

Eppure non sento mai dire: quanto ci costa la violenza maschile…

Quanto spreco nella boria di chi non riconosce i propri privilegi, di chi pone domande senza essere interessato alle risposte, solo per interpretare personaggi ottusi e ritriti.

Vivo in un  mondo di uomini che parlano di altri uomini. Nel discorso pubblico la donna che si esprime se la va a cercare. Intanto, nonostante il 99% dei beni mondiali siano in mano a uomini stiamo ancora  a dover sentire il bullo di turno (o la di lui serva) negare l’evidenza.

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La banalità del maRe

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Il mar Mediterraneo continua a riempirsi di morti. Uomini, donne e tanti bambini e bambine. Le stragi si susseguono. Ci stiamo abituando a sentire approssimazioni dell’ordine delle centinaia. Ieri siamo passati da 700 a 900. Gli unici in grado di sapere quante persone sono su un barcone son i trafficanti, che incassano i soldi da ciascuno. Questi morti non sono nemmeno un numero. Anche quando il corpo viene ritrovato, non è facile risalire alla sua identità.

Sta succedendo nel nostro mare, sotto gli occhi di quella stessa Europa che ha visto il genocidio nazista e che si sta nascondendo dietro dichiarazioni di intenti a ogni strage. Un’Europa  schizzo frenica, divisa: da una parte quella dell’economia e dall’altra quella del diritto, ambiti che non stabiliscono connessioni, in un corto circuito evidente. Ieri, ascoltando le dichiarazioni internazionali, ho provato nausea. Rapporti di sfruttamento economico e violenza stabiliscono un sistema di gerarchie umane e nuovi modi di fare genocidio.

L’interrogativo del secondo novecento fu: come è stato possibile lo sterminio nazista? Hannah Arendt vide nel nazista Eichmann il prototipo degli uomini disabituati a pensare, incapaci di dialogare con se stessi, di rispondere a se stessi; prigionieri di stereotipi e convenzioni e impermeabili al richiamo della realtà.  Ecco come è stato possibile.

La banalità del male è sotto i nostri occhi anche oggi. Lo abbiamo  visto dalle immancabili reazioni sui social (700 morti troppo bello per essere vero) e dalle inaccettabili dichiarazioni politiche.

L’Italia si prepara a celebrare la liberazione dal nazi fascismo. Confido nell’efficacia rituale affinché sappia purificarsi dalla banalità del male.

Questa mattina intanto, a Boves, paesino tristemente noto per la prima strage nazifascista in Italia, 3 scalmanate classi delle medie hanno osservato un silenzio perfetto in memoria dei morti nel Mediterraneo. Grazie piccole pesti: siete voi il mio 25 aprile!