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Totem.

totem

Tempo fa al telegiornale ho sentito l’ennesimo politico usare questa parola in maniera del tutto incongrua, non era la prima volta. Curiosamente la politica si diletta a violentare le parole dell’antropologia e ad avvalersi mai delle sue competenze. Così oggi voglio ricordare a grandi linee quel che si intende con la parola “totem”. Chissà che qualche lettore un giorno non riesca a spiegarmi che caspita intendono quegli strani individui che vivono negli schermi e sui giornali e mai sulla terra…

Era il 1791 quando un mercante inglese di nome J.K. Long, in un libro sui suoi viaggi in America settentrionale nella regione dei grandi laghi, accese le fantasie degli europei: tra i chippewa la società era organizzata in clan patrilineari, che in molti casi avevano nomi animali. Inoltre gli individui singoli entravano in contatto con spiriti tutelari animali, attraverso prove volontarie e visioni.

Tra gli Algonchini Ototeman significa “lui appartiene alla mia parentela”, così come Nindotem, riferito all’animale che fornisce il nome al clan, significa “è il mio clan”. Totem è anche l’oggetto fisico, il palo (degli indiani della costa nord-ovest) raffigurante animali antenati, che tutti conoscono.

Nel 1869 McLennan introdusse il termine “totem” in antropologia e 20 anni dopo Robertson Smith  avanzò l’ipotesi che le antiche popolazioni semitiche avrebbero avuto i loro totem e che il sacrificio fosse una conseguenza, ovvero che il consumo rituale della carne dell’animale totem servisse a partecipare della sua divinità.

Nel 1912 due illustri studiosi si concentrarono sul totem con esiti differenti: Durkheim e Freud.

Durkheim raccontò al mondo come gli aborigeni australiani avessero una società suddivisa in clan rappresentati da emblemi totemici e come i riti collettivi servissero a esprimere una identità di gruppo, sovra individuale. Secondo D. la tendenza istintiva di ogni gruppo umano a dipingere o tatuare segni senza significato oggettivo avrebbe portato a posteriori a riconoscervi forme animali.

Freud si ispirò al totem per sviluppare la sua teoria, e ci vide un culto sotto le mentite spoglie animali, in realtà rivolto alla figura del padre dell’orda primitiva, per placare il rimorso per la sua uccisione.

Nel 1914 W.H. R. Rivers, convinto totemista, ne descrisse i tre elementi convergenti: l’elemento sociale (corrispondenza del gruppo con animale, vegetale o classe di oggetti), quello psicologico (la convinzione che esista una parentela tra il gruppo e il totem) e uno rituale (rispetto religioso verso il t.)

Il totemismo fu un filone di studi molto alla moda e, in pieno stile evoluzionista, promosse la convinzione che in origine gli uomini si ritenessero discendenti di varie specie animali e che la differenza fondamentale tra “primitivi” e “civilizzati” stesse e nel fatto che gli uni fossero ancorati a credenze arcaiche, mentre gli altri avevano superato questa visione.

In Situazione del problema totemico (1919) Van Gennep esaminò parecchie decine di teorie.

A.P.Elking, basandosi sul suo lavoro etnografico in Australia, propose tre criteri per distinguere i tipi di totemismo: forma (modo in cui il totem è distribuito: per sesso, per clan, per metà), significato (ruolo del totem: compagno, assistente, custode, simbolo di entità sociale o culturale) e funzione nella società (regolamentazione dei matrimoni, sanzioni morali o sociali. Distinse così diversi tipi di totemismo: individuale (dello stregone), sessuale (diverso per donne e uomini), per divinazione (il bambino riceve il totem in funzione del luogo dove la madre avvertì i segni della gravidanza, o attraverso visioni o pratiche magiche), cultuale (determina l’appartenenza a una comunione religiosa), clanico (ogni clan con totem principale e altri secondari, terziari, ecc fino a comprendere tutti gli esseri e le cose)

Firth in Oceania e Fortes in Africa constatarono che gli animali totemici non presentavano particolare rilevanza economica né rappresentavano una classe zoologica o magica e arrivarono a concludere che evidentemente proprio quegli animali potessero informare – grazie al loro comportamento – della volontà di divinità ed antenati.

E.E. Evans Pritchard dimostrò come tra i Nuer del Sudan il rapporto tra animali totemici e divinità sia metaforico. I nuer assimilano i gemelli al francolino o alla faraona, entrambi uccelli che volano poco. Questo perché i gemelli sono considerati vicini a dio, quindi al cielo, ma rimangono umani. Pur essendo “dell’alto” rimangono “in basso”.

Radcliffe Brown descrisse come in società australiane e americane di tipo dualistico le due metà avessero simboli con qualcosa in comune ma in opposizione sotto altro aspetto (ad es. il canguro e il foscolone procreano allo stesso modo ma uno vive allo scoperto e l’altro nella tana; falco e cornacchia sono alati ma uno è predatore, l’altro mangia carogne, ecc)

Secondo Lévi Strauss (Il Totemismo oggi, 1962) molte teorie hanno sofferto una arbitrarietà classificatoria, che chiama “illusione totemica” e il punto non sta nel rapporto tra individuo o gruppo e totem, ma appunto nei rapporti di opposizione e correlazione che il sistema totemico crea. Secondo la celebre definizione, animali e vegetali non sarebbero stati scelti in quanto buoni da mangiare, bensì in quanto buoni da pensare. Dunque non la convinzione di una discendenza o di una somiglianza sarebbero il motivo della classificazione totemica, ma la diversità tra le specie avrebbe fatto da supporto concettuale delle differenze sociali.

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Stalker.

Forse ha provato a strangolarla, prima di darle fuoco.  

Gli inquirenti

Vincenzo Paduano, assassino di Sara Di Pietrantonio, è uno stalker.

Lo dice la ricostruzione dei fatti. Chiamava Sara ogni dieci minuti. Lei se lo ritrovava ovunque. Pare avesse un’app per seguirla (ci mancavano le app!)

Chiamerò l’assassino di questa storia “il Paduano”.  Va letto strascicando un pò. Mi pare onomatopeico. Può aiutare a cogliere l’aspetto viscido dello stalker.  Uno che ossessiona la preda. Si intrufola, si acquatta, attende, coglie il momento giusto per prenderti senza difesa, fa scenate, crea terra bruciata intorno alla vittima, aggredisce.

Dimenticatevi la ventenne bionda e carina. Dimenticatevi sua madre, le amiche, la scuola, i ragazzi, i progetti. Dimenticatevi l’umana. Sara Di Pietrantonio non esiste per il Paduano.

Esiste la preda.

In agguato, aspetta il suo rientro, pronto all’attacco a sorpresa. Scatterà, l’infame. L’importante è imposi, dimostrare alla preda la sua superiorità. Lui è il capo, lui decide se ci si vede o no. Se lei è o non è la sua ragazza.

Sara sta tornando a casa con la macchina di mamma.  Le ha appena mandato un sms per avvertirla.

Il Paduano attacca: la costringe con la sua auto. Lei accosta.

Lui getta l’alcool e la sigaretta. L’auto prende fuoco. Terrore di lei. Balza fuori, corre. Si sbraccia, cercando di fermare qualcuno. Immagino Paduano assumere un comportamento mite. Tanto  basta per mettere l’anima in pace a chi in realtà ha difficoltà a trovarsela. Nessuno si ferma. Lo stalker dissimula bene, la gente anche.

Il Paduano sa cogliere l’attimo per colpire senza ostacoli.

Chi si crede di essere? Lei è la sua donna. 

La stringe al collo.

O sua o di nessuno, strega arrogante. 

La bagna con l’alcool e accende il suo rogo.

Maggio 2016, Sara Di Pietrantonio brucia viva.

I roghi si sono mai spenti?

 

P.S. Racconto così un fatto di cronaca senza la presunzione di conoscere esattamente i fatti, che deduco dalla stampa. Lo faccio a titolo didascalico, per cercare di spiegare lo stalking al di là dell’astratta nozione di “condotta persecutoria che interferisce nella vita privata di una persona”.

 

 

 

 

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“Quell’antropologo di Pirandello”. Qualche citazione

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“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa.
Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? E’ forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo.
Eppure, non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà  per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto”,

Luigi Pirandello. Uno nessuno, centomila

 

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Se la principessa salva il principe è trauma infantile?

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Il caso.

La Regione Toscana finanzia un progetto nelle scuole, uno di quei percorsi educativi indicati come azioni di contrasto e prevenzione della violenza di genere da CEDAW, dalla ratificata Convenzione di Istanbul, dal Rapporto mondiale OMS sulla violenza, e chissà in quanti altri protocolli e leggi di ratifica nazionali ed internazionali. In una scuola di Massa Carrara questo progetto diventa occasione di furiose polemiche. La lettura di una favola nella quale a salvare il principe dal drago è una principessa spaventa i genitori, che ritirano la figlia e la iscrivono a una scuola privata cattolica. 

Ricapitolando: educare contro la violenza sulle donne viene considerato traumatico verso una bambina.

La famigerata Ideologia Gender è diventata spauracchio e bandiera, oggetto di un fanatismo molto comodo ai fini propagandistici, ma del quale temo che gli ignari promotori non colgano la portata. L’etichetta “ideologia gender” è stata impunemente appiccicata a ogni discorso su sesso e genere.

La battaglia, come spesso accade, è altrove. In gioco l’eterna lotta tra Chiesa e Cultura e il moto perpetuo tra Stato e Chiesa con relativi ammiccamenti tra poteri.

Il nocciolo duro è quell’oscillazione tra Natura e Cultura ben nota all’antropologia. Cosa è innato e cosa invece è indotto dalla cultura, dal gruppo sociale, dal contesto storico, e via dicendo?

La convinzione che gli esseri umani siano fatti solo di natura è smentita da quel che sappiamo sugli animali umani, gli unici animali culturalmente determinati. Gli unici che si vestono, cucinano, condividono istruzioni per l’uso del mondo e se le scambiano. Solo grazie a questo possono vivere dappertutto sulla terra. Nessun altro animale può farlo. Nessun altro animale ha lo stesso apparato biologico da decine di migliaia di anni.

La nostra evoluzione è culturale invece che biologica.

Iniziare sin da piccoli alla riflessione circa la cultura e le sue implicazioni sull’individuo è fornire istruzioni per l’uso di un mondo culturale sempre più complicato.

Accuso apertamente i media di istigare a questa pericolosissima confusione e il mondo accademico di  colposo silenzio verso le castronerie che stanno dilagando. Capisco bene come venga da ignorarle, ma stanno dilagando. Sono diventate parte del discorso pubblico e stanno generando i loro piccoli mostri.

Per approfondire la conoscenza dei mostri leggi qui

femminicidio · Formazione · genitorialità · relazioni · tra il dire e il fare · violenza

Signore schiattose

Sindrome da alienazione genitoriale. Ovvero come ti istituzionalizzo il pregiudizio in tribunale.

il ricciocorno schiattoso

In difesa della proposta Hunziker e Bongiorno si regolamentare la Pas, trasformandola da sindrome a reato penale (una metamorfosi che realizzarebbe uno dei sogni del suo inventore, Richard Gardner, che era un grande sostenitore della necessità di spedire in prigione i genitori “alienanti”), scende in campo anche il Dottor Gaetano Giordano sul suo sito Mobbing Genitoriale, con un articolo dal titolo “PAS – SIGNORE SCHIATTOSE ALL’ASSALTO DI UNA PROPOSTA (VOLUTAMENTE?) FRAINTESA“.

“Sono stato frainteso” è ormai la reazione obbligatoria ad ogni moto di sdegno collettivo, una sorta di risposta automatica. Non c’è politico, opinionista o professionista che, di fronte alla disapprovazione, non risponda accusando chi muove delle critiche di non aver compreso appieno il messaggio che voleva inviare.

Esordisce così, il Dottor Gaetano Giordano:

C’è una gran canizza, da parte di molte signore – signore per così dire schiattose, a giudicare dalle reazioni- sul fattoche

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L’ora di antropologia: una scommessa antiraptus

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A Genova in pieno centro un uomo impazza,  seminando il terrore con l’auto, cercando di investire l’exmoglie, travolgendo passanti, imboccando la strada contromano, tentando e ritentando.

Rifletto sull’istituzione della categoria Raptus e sul ripetersi della sua performace. Si parla di raptus. Di un’ironia significativa è leggere sulla striscia del link: manin-uomo-investe-moglie-zerbino (sul piano della realtà moglie è l’ex, zerbino è la piazza).

La cronaca pone sotto lo sguardo pubblico l’evidenza di una violenza nelle relazioni umane. Violenza che coinvolge luoghi, ambiti e livelli di prossimità diversi: dal globale al locale, dal materiale al simbolico, dal pubblico al privato. Abbiamo un fenomeno di violenza di genere particolarmente specializzato nelle relazioni di prossimità. Potere ed emozioni. A questo penso nell’osservazione partecipante del discorso sulla violenza. Alle gerarchie che disegnano, alle dinamiche dominanti e dominati, alla banalità del male.

L’organizzazione mondiale della sanità considera la violenza un problema di sanità pubblica. Come avrebbe guardato De Martino questi uomini raptus?

L’antropologia ci insegna a indagare attraverso le relazioni di parentela, politiche, economiche e sociali. Ci dice  che le emozioni sono manufatti culturali, ovvero che sono il frutto di un processo di inculturazione. Le reazioni emotive che bambini e bambine vedono agite e-o rappresentate intorno a loro vengono assimilate e archiviate come istruzioni per l’uso della vita e del mondo. Una realtà conosciuta anche empiricamente, dato che chi si occupa sul campo di violenza sulle donne finisce inesorabilmente a lanciare appelli e impegnarsi sul piano dell’educazione al rispetto. Una realtà riconosciuta almeno ufficialmente sul piano della legge, che blatera di un piano di prevenzione attraverso la scuola. Di scuola oggi si parla solo in termini economici e di potere. Il potere del preside sceriffo, i diritti dei lavoratori. La sua funzione e potenzialità vengono eclissate. Una risorsa inerte e vetusta della scuola, assolutamente non in discussione nel dire, fare e disfare della riforma, è l’intoccabile ora di religione. Una materia che ottiene un diverso trattamento e ordinamento istituzionale. Presente nelle scuole di ogni ordine e grado, facoltativa, i docenti di religione vengono  indicati dalle diocesi e pagati dallo Stato (italiano, non vaticano). Lascio a chi legge ogni considerazione sul piano politico, mi interessa puntare l’attenzione su quello dell’opportunità di sostituirla con l’ora di antropologia, offrendo ad alunni e studenti gli strumenti per affrontare e riconoscere “le istruzioni per l’uso” del mondo. Un percorso funzionale appunto a riconoscere le emozioni e a sviluppare la capacità di pensare, porsi domande, riconoscere il valore dei simboli.