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Tra assonanza e analogia ci vorrebbe una malia…

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Questa foto, tratta da una bella galleria fotografica sul femminismo, secondo la didascalia, ritrae Alma Sabatini nel 1977.  Nel 1986 divenne componente della Commissione governativa di Parità fra uomo e donna, ne derivò la pubblicazione delle sue “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua”, sviluppate un anno dopo  nel suo rivoluzionario Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Intendiamoci: lettera semi morta anche oggi. Nonostante l’impegno dell’Accademia della Crusca, raramente mi è capitato di incontrare docenti di italiano che ne siano a conoscenza. Non rientra nella programmazione ministeriale, tanto meno nella pubblica amministrazione, dove si continua a declinare al maschile anche laddove il soggetto sia femminile, con due possibili soluzioni all’incongruenza: la negazione dell’identità femminile (declinando al maschile anche il verbo) o lo stupro linguistico con soggetto e verbo non coordinati per genere.

Alma Sabatini morì il 12 aprile 1988.

Curiosa l’assonanza con Linda Laura Sabbadini, che proprio ad aprile di quest’anno viene estromessa dall’Istat, in barba ad una più che brillante attività.

Nonostante le numerose proteste non mi risultano ancora motivazioni addotte per questa infausta scelta, tanto più disgustosa nel Paese che deve all’Istat l’unica indagine statistica sulla violenza (altro che osservatorio sul femminicidio) e la voce contro corrente che ci raccontava – numeri alla mano – come le donne separate siano le più esposte al rischio povertà (con buona pace di barzellette e stereotipi).

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Famiglie, culture, generi

Il tema della famiglia e dei ruoli di genere è improvvisamente balzato alla ribalta seguendo una tecnica sempre più sfruttata, ovvero quello della saturazione: parlare solo di un argomento, attraverso luoghi comuni e senza serietà, in maniera da creare rifiuto e poter accantonare.

Spesso è più facile individuare e riconoscere le pecche altrui, dunque credo possa aiutarci a capire un illustre esempio lontano.

Tutti ricordiamo quel che successe in Australia con una intera generazione di figli meticci strappati alle loro madri aborigene, ritenute inadeguate a educare. Minori sequestrati dalle famiglie (matrifocali) e affidati per lo più a gesuiti, per diventare adulti abusati da benestanti bianchi. Da questa vicenda storica, solo recentemente ammessa, hanno tratto il bellissimo film Generazione rubata

Quello che non tutti sanno o ammettono è che qualcosa di simile può accadere oggi in Italia.

I professionisti, psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, che operano come CTU nei Tribunali ordinari vengono spesso chiamati a valutare le competenze genitoriali delle parti in causa per l’affidamento della prole minore, soprattutto nelle cause di separazione e divorzio.

I criteri per la valutazione psicosociale della capacità genitoriale riguardano parametri individuali e relazionali relativi ai concetti di parenting e di funzione genitoriale, trattati ampiamente nella letteratura italiana e internazionale, che comprendono lo studio delle abilità cognitive, emotive e relazionali del ruolo e delle funzioni genitoriali, e sono culturalmente determinati.

Nozioni come quella di famiglia, discendenza, vita.. non sono uniche, ma culturalmente determinate, dunque perché non coinvolgere l’antropologia? Le risposte dell’antropologia non sono funzionali alle ideologie. Francoise Heritier raccontava come il governo francese fosse rimasto parecchio deluso dal suo parere sulla inseminazione artificiale. Come antropologa la studiosa aveva ricordato che non c’era niente di sconvolgente per l’umanità, dato che non è certo una novità culturale un padre sociale altro rispetto a quello biologico.

Gli antropologi, dicevo, sono illustri assenti nelle valutazioni di questo tipo.  In soldoni questo significa che una madre che non risponde a criteri non esplicitati, che possono essere veri e propri habitus nella mente del giudicante, è una madre inadeguata. I ruoli genitoriali – ad esempio- rischiano di risentire delle discriminazioni di genere che investono la madre di responsabilità ben più rilevanti rispetto a quelle di un padre.

Eppure il modello di famiglia impropriamente definita “naturale” è sempre più lontano dalla realtà e sembra sopravvivere solo nel mondo della pubblicità…

 

 

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8 marzo

Otto marzo 2016: la mia inclinazione antisociale ha un picco.

Sarà perché  in quanto italiana ho dovuto attendere marzo per vedere il film Suffragette, quasi a sottolineare una graziosa concessione. Altrove non è stato così.

Sarà perché sulla Rai fanno uno spot e chiamano questo giorno “festa delle donne”, il che è indicativo di una sordità alle istanze delle attiviste. Strambe figure che tengono a precisare che questo giorno è la Giornata Internazionale delle Donne. Trattasi di diritti, non di feste.

La leggenda delle donne arse in fabbrica non corrisponde alla vera natura di questa giornata, che affonda le sue radici nella lotta di classe e nella richiesta di suffragio universale.

Ad ogni modo in Italia è chiaro che questa giornata ne ricorda un’altra: 8 marzo 1972. Quel giorno a Roma la polizia ha caricato e malmenato le manifestanti che chiedevano la legalizzazione dell’aborto e parlavano di diritti omosessuali. Piuttosto attuale, non trovate?

 

 

 

 

 

 

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I bambini han bisogno di mamma e papà

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Ogni volta che sento dire “I bambini han bisogno di mamma e papà” mi viene una fitta al cuore.

Penso a quanti bambini e bambine vengono trattati diversamente a causa di questa curiosa convinzione e a quanti genitori debbano stringere i denti

Intendiamoci: mamma e papà vanno bene. O meglio: a volte sì, a volte no. Ad esempio, ci sono famiglie mono genitoriali che se la cavano meglio così.

Quanto peso può avere questa frase maledetta in situazioni di violenza in famiglia?

Una generalizzazione di questo tipo è crudele anche in caso di vedovanza o abbandono.

I fanatici della fantomatica “famiglia naturale” si autoproclamano difensori della famiglia, ma attaccano le famiglie diverse dalla loro, famiglie che per una ragione o per l’altra hanno probabilmente spalle più larghe, abituate alla sofferenza invece che all’ipocrisia. Adulti probabilmente più umani.

Ecco: di questo han certamente bisogno tutti i bambini del mondo, e non solo loro…

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Uomini o mussulmani?

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Vogliamo giocare al nemico? So che significa giocare alla guerra, ma simuliamo pure.

Evito ogni riflessione sulla dignità e il rispetto delle donne in Italia.

Diciamo che esiste un problema “di civiltà”, ovvero che i mussulmani uomini non rispettano le donne (mussulmane e non). La mia domanda è: perché il rifiuto di certi italiani e italiane ad accogliere come vicini di casa persone coinvolge anche le donne mussulmane?

Perché non sento dire da coloro che sostengono di voler salvare dalla barbarie codeste signore “chiudiamo le frontiere ai mussulmani uomini e apriamola alle donne mussulmane?”

La prospettiva di genere cambierebbe il gioco e romperebbe le uova nel paniere del populismo. Ad esempio potrebbe confrontare dati come quello di numero di mussulmani al mondo e casi di violenza sulle donne e numero di uomini di ogni credo e casi di violenza sulle donne…ma questo porterebbe a dire che fuori confine van mandati gli uomini. Il gioco del nemico funziona così: per assurdità

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Un 25 novembre poco trendy

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Quest’anno  il 25 novembre è poco popolare.

A scuola ho chiesto in due seconde dell’istituto superiore: nessuno sa che giorno sia.

Dal 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza contro le donne (ricordando il crudele assassinio delle tre sorelle Mirabal, durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960).

Dalla notte del 13 novembre, però, i media sono concentrati sul terrorismo e sappiamo quanto questo manipoli le nostre emozioni e la nostra percezione.

Anche questo porre la questione terrorismo Isis come una guerra tra civiltà, o tra civili e tagliagole, trasforma il corpo delle donne in campo di battaglia, se è vero che in Inghilterra si moltiplicano le aggressioni di maschi bianchi verso donne mussulmane che indossano il velo.

Una scusa come tante, dato che chi maneggia statistiche sulla violenza di genere sa bene come le vittime vengano generalmente uccise da quegli stessi italiani che oggi si preoccuperanno di quanto i mussulmani non tengano in considerazione le donne.

Peccato che proprio il calo di interesse verso il 25 novembre li smentisca.

Peccato che intanto basti accendere la televisione per rendersi conto che l’opinione di una donna è evento straordinario.

Peccato che intanto la maggioranza continui a ritenere sensato chiamare Ministro una Ministra e Capo una Capa.

Peccato che a scuola come al lavoro è tutta colpa della mamma, che si tratti di educazione dei figli o di reale o potenziale status di madre.

Peccato che per le ragazze il modello premiato è da miss, mentre per i ragazzi da sportivo professionista, e che lo sport professionista sia solo maschile.

Peccato però che se ti conci da miss e vieni stuprata molti diranno che te la sei cercata, e se sei brutta o vecchia non mancherà chi scherzerà dicendo che ti han fatto un favore

Peccato che intanto la pratica criminale della prevaricazione sino alla forma estrema della soppressione della compagna o desiderata tale abbia dimensioni pari a quella delle vittime di mafia.

Il comico Crozza ha recentemente chiesto agli spettatori quanto debba essere vicino un attentato per colpirci. Si riferiva – a ragione – alla diversa percezione del lutto rispetto a vittime europee o russe o siriane.

Rilancio. Non solo la vicinanza geografica e culturale gioca un ruolo, perché l’ottica di genere ci dimostra che se sei donna questa solidarietà di massa non scatta. Altrimenti come spieghiamo la mancanza di cordoglio generale  verso le donne cadute per mano di un compagno reale, ex o presunto tale? Non sono anche loro vicine a noi? Non vivono una vita simile alla nostra? Eppure, al di là degli attivismi o delle affermazioni narcisistiche queste violenze non sollevano lo stesso sdegno popolare.

Ben ne è cosciente la politica, sempre pronta a sbandierare slogan per lo più inadeguati e molto meno pronta a passare a fasi operative.

Sarei grata di aver notizie confortanti sul finanziamento ai centri anti violenza. Altrettanto della fantomatica partenza del  piano antiviolenza.

Quanto alla formazione e prevenzione mi son già fatta un’idea: gli inventori della teoria del gender possono esistere solo grazie a una poderosa inadempienza istituzionale anche in questo settore.

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