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Quando gli antropologi piangono

Quando gli antropologi piangono il paese dovrebbe ascoltarli.

Recentemente il Professor Adriano Favole ha attinto alla realtà circostante in una lezione sul razzismo, con conseguente polverone politico locale.

Il sentimento dell’antropologo di fronte allo stato delle cose emerge nella seconda parte del testo, che ho omesso nel rispetto della privacy (mi scuso per averla parzialmente violata nel pubblicarne una parte, per il dono di una etnografia)

Spero si sollevino più autorevoli voci contemporaneamente tra antropologhe e antropologi, capaci di promuovere approcci diversi per attrezzarsi alla contemporaneità.

Sappiate che non ascoltarli è un crimine contro l’umanità

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21 marzo

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Il 21 marzo 1960, a  Sharpeville, in Sudafrica la polizia sparò su una pacifica folla di manifestanti, che protestavano contro l’ apartheid, uccidendo 69 persone. Sei anni dopo l’assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò una giornata internazionale contro le discriminazioni.

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La Giornata Internazionale Contro il Razzismo è semisconosciuta, ma quest’anno è diventata talmente poco popolare che coincide con la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

 

Chiudo con un’immagine che mi ricorda quelle che abbiamo visto in telegiornali più recenti, con la differenza che le bare di queste foto sono più dignitose di quelle di oggi.

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Qualcuno sembra essersi scordato che la globalizzazione cambia le regole del gioco, ma purtroppo la realtà ha più memoria di noi.

Anticipo la pubblicazione di questo post confidando che almeno chi legge non dimentichi

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Uomini o mussulmani?

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Vogliamo giocare al nemico? So che significa giocare alla guerra, ma simuliamo pure.

Evito ogni riflessione sulla dignità e il rispetto delle donne in Italia.

Diciamo che esiste un problema “di civiltà”, ovvero che i mussulmani uomini non rispettano le donne (mussulmane e non). La mia domanda è: perché il rifiuto di certi italiani e italiane ad accogliere come vicini di casa persone coinvolge anche le donne mussulmane?

Perché non sento dire da coloro che sostengono di voler salvare dalla barbarie codeste signore “chiudiamo le frontiere ai mussulmani uomini e apriamola alle donne mussulmane?”

La prospettiva di genere cambierebbe il gioco e romperebbe le uova nel paniere del populismo. Ad esempio potrebbe confrontare dati come quello di numero di mussulmani al mondo e casi di violenza sulle donne e numero di uomini di ogni credo e casi di violenza sulle donne…ma questo porterebbe a dire che fuori confine van mandati gli uomini. Il gioco del nemico funziona così: per assurdità

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Il mio primo telefonino

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Sono nata nel 1970 e il telefono cellulare è entrato nella mia vita per la prima volta a trent’anni. Se oggi io avessi vent’anni mi sembrerebbe incredibile. Un’adolescenza senza sms, selfie e facebook è qualcosa che dovremmo raccontare alle generazioni che si ritrovano sole in questo mondo demenzialtecnologico. Qualcuno già usava i telefonini allora, ma io avevo poca simpatia per i cellulari e i computer, dunque ne ero sprovvista.

Poi è successo che la mia vita ha preso una piega così burrascosa da costringermi a nascondermi in case di fortuna, lasciate da amiche in ferie. Una sorta di nomadismo privilegiato da quella chimera chiamata sorellanza. Poco prima che accadesse, mio fratello mi incontrò e mi regalò un telefono cellulare. Per me fu importante. Non avendo casa, il telefono era una risorsa preziosa e anche una sicurezza personale.

Condivido questo ricordo per tentare di spiegare  come le immagini di migranti che si fanno un selfie  non sono una stranezza. In effetti la foto di questa donna restituisce uno spessore alla moda dell’autoscatto, considerato che lo fa per mostrare di essere sbarcata viva.

Se dovessi tentare di riscattare la mia vita e per farlo dovessi affrontare il pericolo di naufragio considererei un telefonino altamente tecnologico un bene primario, non un lusso. Il  vero lusso oggi sembra essere l’umanità

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Un colpo al cerchio e uno alla botte

Per quanto vi crediate assolti, siete tutti coinvolti

Il genere letterario della bufala anti-immigrati è tornato con prepotenza su giornali, siti e social network. Si apre così un articolo ben documentato sulle bufale funzionali le smonta una ad una, facendo un’importante specificazione. Quello del richiedente asilo e del rifugiato è status riconosciuto a chi ha “giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche”.  La protezione sussidiaria si ottiene invece quando – in caso di rimpatrio – la persona sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani.

Il gioco delle parole non è secondario. Usarne una invece di un’altra veicola piccoli contenuti nascosti e insidiosi. Non importa quanto tu sia convinta-o di usarle con ironia.

Ultimamente la questione immigrazione rimbalza come una patata bollente tra Paesi europei. Venti neonazisti si sollevano. Si rifanno muri e treni sigillati. Si concentrano persone in condizioni disumane. Altre vengono allocate in alloggi, magari in quartieri residenziali, così da soffiare sul fumo del migrante trattato da villeggiante. Alla fiera di Genova c’è il padiglione D. In questo periodo in città le temperature molto alte e il tasso di umidità sono tali da invitare la popolazione a non uscire di casa. Nemmeno riesco a immaginare come stiano lì dentro.

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In tempi di così spasmodica ricerca di consenso social, dilaga la frase de panza, il solito gioco facile. Sto leggendo post da insospettabili. Dar addosso a stranieri in generale o considerati tali (come i tantissimi rom italiani) funziona meglio dei gattini su facebook.

Penso a quella gente che nascondeva gli ebrei al tempo del nazismo. Rischiavano sulla loro pelle. Nasconderli era illegale. Senza gente così come sarebbe andata? Lo facevano anche i preti. Siamo già al bivio? Quello tra chi nasconde e chi è complice? Mi sento una vigliacca a pensarci e quei tempi che a scuola mi parevano impossibili ora mi son più chiari. Capisco meglio come possa succedere che stiano tutti fermi o  a sparar veleni o a causare morti seriali.

I nodi stanno venendo al pettine. Gridando non passa lo straniero ingrassiamo solo i peggiori connazionali. Non di meno, a botte di 35 euro al giorno per persona, questi umani sono un gran bel businness. Sappiamo benissimo cosa significa in un paese corrotto come il nostro. E quanto proprio questa corruzione sia la vera bestia nera che ci mangia vivi. Mi è stato raccontato di un tizio che come pena alternativa sta facendo le pulizie in un appartamento nel quale ci sono profughi. Uno di quelli in zone signorili. Ce ne ficcano una dozzina, forse più. Fate due conti. Mi chiedo perché non li mettono in condizioni di far da soli. Forse perché la cooperativa guadagna doppio facendo far qualcosa al tizio che lavora gratis? (Non sia mai che diventi lavoro retribuito per qualcuno) . Chi se ne frega se così questo- che di per sé non sarà esattamente un angioletto- li odierà e come lui tanti altri benpensanti del quartiere chic.

Invece di progettualità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Soldi a chi si spertica in umanità pelosa e nuovi gorilla per i nazisti o chi ne fa le veci. I flussi continueranno. Non sono loro che han inventato la globalizzazione. E nemmeno la crisi…

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Discorsi sulla violenza. Due casi a confronto

Nel giro di pochi minuti vengo a contatto con due notizie di delitti di prossimità agiti da uomini nei confronti delle donne. Uno in Italia, l’altro in Turchia. L’occasione è propizia per indagare il discorso sulla violenza.

L’articolo sul caso italiano.

I fatti: Francesco Grieco, 53 anni ha ucciso la moglie di 52, Francesca Marchi, e la suocera Irene Tabarroni, 92 anni, nella villetta dove tutti abitavano. Lo ha fatto in due giorni diversi e ha confessato dopo due ore di interrogatorio.

Il discorso.

Titolo: Uccide la moglie e la suocera e poi confessa: “Un raptus. Volevo ammazzarmi anch’io” (L’assassino è il soggetto)

Nel testo veniamo informati del suo stato di disoccupazione e contemporaneamente che non c’erano problemi economici. Viene data voce all’assassino, che ci delizia con tutto il repertorio: lei era il suo amore, lui ha avuto un raptus (durato un paio di giorni a quanto pare) e non ce la facevo più a far da badante. Non viene usato il termine femminicidio, né se ne forniscono i dati italiani

L’articolo sul caso turco 

I fatti: una diciannovenne turca partecipa con successo a un talent show per cantanti, lo fa contro il parere della famiglia, dichiara alla produzione dello show di avere paura di venire uccisa, alcuni uomini le sparanoin casa riducendola in fin di vita, la polizia ha fermato un sospetto.

Il discorso

Titolo: Cantava con le braccia scoperte, ragazza turca ridotta in fin di vita. (La donna in fin di vita è il soggetto)

Si trattano termini come clan, lignaggio, tribù e famiglia come se fossero sinonimi. Si allude alle braccia scoperte e ai delitti legati alla richiesta di indipendenza delle donne. Si forniscono dati sul femminicidio in Turchia. Si accenna all’eventualità di un ragazzo respinto come colpevole.

Ciascuno tragga le sue considerazioni

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Italiani negri e terroristi

Secondo i dati nel 1996 ben 58.509.526 di italiani vivevano disseminati per il mondo: una cifra equivalente alla popolazione attualmente residente nel territorio della Repubblica.

Alcuni atti di terrorismo compiuti da anarchici italiani:  il presidente francese Sadi Carnot (Sante Caserio, 1894); il primo ministro spagnolo Canovas del Castillo (Michele Angiolillo, 1897); l’imperatrice Elisabetta d’Austria – la “Sissi” dei film – (Luigi Luccheni, 1898); il re d’Italia Umberto I (Gaetano Bresci, 1900), crearono il luogo comune dell’italiano terrorista.

Proprio il pregiudizio anti-italiano porterà alle esecuzioni di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti in Boston nel 1927. Nel 1977 il Governatore dello stato di Massachusetts riconobbe che fu il pregiudizio razziale che portò alla sedia elettrica e non le prove di un processo farsa.

Altra idea comune sugli italiani era quella secondo la quale sono violenti. Non di meno agli italiani veniva (e viene) attribuita quella che i razzisti americani chiamavano “la goccia negra”, dato che nella scala di colori non siamo certo i più bianchi.

Invito alla lettura di “Quando essere Italiani era una colpa: razzismo, oltraggi e violenza contro i nostri immigrati nel mondo”, di Massimiliano Sanvitale