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Che direbbe Durkheim della balena blu? (Etnografie della scuola)

blu

Un programma televisivo ha trasmesso un servizio con ingredienti da grandi ascolti: il manovratore occulto, internet, l’uso dei cellulari, gli adolescenti, un gioco in 50 mosse, con istruzioni quotidiane fino al suicidio finale con tanto di video.

Lo chiamano Blue whale e chiunque abbia a che fare con minori l’ha sentito nominare.

In classe (una prima delle medie superiori) su 28 studenti tutti hanno cercato le regole del gioco dopo la trasmissione, nessuno di loro ha verificato la veridicità delle informazioni (nessuno conosceva l’esistenza di siti che smascherano le bufale), o ha trovato la famigerata piattaforma di gioco, né si è posto questioni  tecniche o pratiche. Il racconto semplicemente li ha convinti subito, così come l’idea che in Italia altri adolescenti stessero giocando alla Blu whale. L’inclinazione degli studenti non è stata critica,  tesa al ragionamento, ma giudicante: alcuni hanno colpevolizzato completamente l’istigatore (“le vittime sono costrette, le minacciano di far del male ai familiari”), altri gli adolescenti (“sono già malati”o”deboli”).

Nel 1897 Émile Durkheim pubblicò il suo celeberrimo saggio Il suicidio, fornendone una precisa definizione: “si chiama suicidio ogni caso di morte che risulti direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo, compiuto dalla vittima stessa consapevole di produrre questo risultato”.

Nel Saggio affrontò la questione ricercando “nella natura delle società stesse le cause della tendenza che ognuno di loro (individui) ha per il suicidio”. Secondo la sua tesi, suffragata dall’analisi dei tassi dei suicidi in epoche diverse, una delle cause fondamentali è la mancanza di integrazione dell’individuo nella società.

L’attenzione giornalistica nel non riferire notizie particolareggiate sui suicidi onde evitare imitazioni è venuta meno. A dire il vero, il sociologo, dati alla mano, non ritenne rilevante l’effetto imitativo. Certo lui non conosceva ancora internet e cellulari, ma ho sospetto che avrebbe fissato la sua attenzione sul livello di esclusione sociale e manipolazione in senso narcisistico dei social ben più che su cetacei di qualsivoglia colore…

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Giornata Internazionale contro la violenza

Continua a sgomentarmi vedere come si ritenga di combattere la violenza non attraverso certezza della pena, la costruzione di disconoscimento sociale del sessismo, la censura della propaganda mediatica (nessuno che faccia qualcosa per il gusto del sangue, dello stupro, dell’omicidio imperversante nella sfera dell’intrattenimento).
Parafrasando Pirandello posso dire che sui social incontriamo molti profili e poche persone. Una tendenza poco rassicurante quando in gioco c’è l’anti violenza.
Così capita di vedere sbandierare da pulpiti quantomeno sospetti castronerie inaudite, che producono esattamente il contrario di quel che pretendono di predicare.
Al di là di chi insiste nel promuovere l’idea di una donna inetta che non denuncia, invece che di un uomo ottuso e primitivo da disprezzare con ogni cellula del nostro corpo, maschile o femminile che sia, e dell’effetto paradosso dato da una cattiva gestione della comunicazione (naturalmente si persevera a evitare di affidare questioni culturali agli antropologi).
In un giochetto perverso di semplificazione ci si occupa di lividi e sangue (controcanto delle immagini di film e telefim), seppellendo tutta una realtà ben più diffusa e complessa fatta di vari livelli di sopraffazione e disperazione.
La buona notizia è che so che c’è un orizzonte quotidiano sul quale puntare per andare oltre, fatto di amiche, colleghe, attiviste, vicine e di ragazzi e uomini che si stanno emancipando dagli stereotipi. 
Mi affido a chi ascolta,
a chi entra nel senso delle parole,
a chi ama,
a chi sogna,
a chi non sputa sentenze,
a chi non cinguetta ipocrisie,
a chi si mette in discussione,
a chi vuole il lieto fine,
a chi riconosce i suoi privilegi,
a chi si indigna dentro
a chi semina Bellezza.
Tutti voi siete argine e appiglio. Contro la violenza ci vuole resistenza. Servono partigiani, staffette, basi. La lotta è contro il narcisismo, la morbosità, il pettegolezzo,  la velenosa tendenza a giudicare, l’ignavia, la supponenza, la miopia dei valori.
PS Mi permetto un’ovvietà per istituzioni e privati: non è scaricando sui centri antiviolenza che sostenete la causa, ma fornendo loro risorse. Va bene usare la loro disponibilità, ma occorre rispettare la loro competenza. Non ignorate che servono fondi.
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Femminicidio di Stato: l’esempio italiano

La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia

Marcela Lagarde, antropologa

Italia, luglio 2016

Chiudono 3 centri anti violenza, mentre una sentenza decide che un minore ucciso dal padre violento durante gli incontri protetti non è loro responsabilità.
Non si intende sapere con certezza quante siano le donne uccise in quanto tali in Italia.
Una cosa la sappiamo: sono molte più delle vittime di terrorismo religioso, eppure la maggioranza degli italiani non ne ha percezione.. e le pari opportunità sembrano servire solo a dare un tocco glamour a qualche politicante.

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Stalker.

Forse ha provato a strangolarla, prima di darle fuoco.  

Gli inquirenti

Vincenzo Paduano, assassino di Sara Di Pietrantonio, è uno stalker.

Lo dice la ricostruzione dei fatti. Chiamava Sara ogni dieci minuti. Lei se lo ritrovava ovunque. Pare avesse un’app per seguirla (ci mancavano le app!)

Chiamerò l’assassino di questa storia “il Paduano”.  Va letto strascicando un pò. Mi pare onomatopeico. Può aiutare a cogliere l’aspetto viscido dello stalker.  Uno che ossessiona la preda. Si intrufola, si acquatta, attende, coglie il momento giusto per prenderti senza difesa, fa scenate, crea terra bruciata intorno alla vittima, aggredisce.

Dimenticatevi la ventenne bionda e carina. Dimenticatevi sua madre, le amiche, la scuola, i ragazzi, i progetti. Dimenticatevi l’umana. Sara Di Pietrantonio non esiste per il Paduano.

Esiste la preda.

In agguato, aspetta il suo rientro, pronto all’attacco a sorpresa. Scatterà, l’infame. L’importante è imposi, dimostrare alla preda la sua superiorità. Lui è il capo, lui decide se ci si vede o no. Se lei è o non è la sua ragazza.

Sara sta tornando a casa con la macchina di mamma.  Le ha appena mandato un sms per avvertirla.

Il Paduano attacca: la costringe con la sua auto. Lei accosta.

Lui getta l’alcool e la sigaretta. L’auto prende fuoco. Terrore di lei. Balza fuori, corre. Si sbraccia, cercando di fermare qualcuno. Immagino Paduano assumere un comportamento mite. Tanto  basta per mettere l’anima in pace a chi in realtà ha difficoltà a trovarsela. Nessuno si ferma. Lo stalker dissimula bene, la gente anche.

Il Paduano sa cogliere l’attimo per colpire senza ostacoli.

Chi si crede di essere? Lei è la sua donna. 

La stringe al collo.

O sua o di nessuno, strega arrogante. 

La bagna con l’alcool e accende il suo rogo.

Maggio 2016, Sara Di Pietrantonio brucia viva.

I roghi si sono mai spenti?

 

P.S. Racconto così un fatto di cronaca senza la presunzione di conoscere esattamente i fatti, che deduco dalla stampa. Lo faccio a titolo didascalico, per cercare di spiegare lo stalking al di là dell’astratta nozione di “condotta persecutoria che interferisce nella vita privata di una persona”.

 

 

 

 

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Tra assonanza e analogia ci vorrebbe una malia…

almasabatini1977.jpg

Questa foto, tratta da una bella galleria fotografica sul femminismo, secondo la didascalia, ritrae Alma Sabatini nel 1977.  Nel 1986 divenne componente della Commissione governativa di Parità fra uomo e donna, ne derivò la pubblicazione delle sue “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua”, sviluppate un anno dopo  nel suo rivoluzionario Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Intendiamoci: lettera semi morta anche oggi. Nonostante l’impegno dell’Accademia della Crusca, raramente mi è capitato di incontrare docenti di italiano che ne siano a conoscenza. Non rientra nella programmazione ministeriale, tanto meno nella pubblica amministrazione, dove si continua a declinare al maschile anche laddove il soggetto sia femminile, con due possibili soluzioni all’incongruenza: la negazione dell’identità femminile (declinando al maschile anche il verbo) o lo stupro linguistico con soggetto e verbo non coordinati per genere.

Alma Sabatini morì il 12 aprile 1988.

Curiosa l’assonanza con Linda Laura Sabbadini, che proprio ad aprile di quest’anno viene estromessa dall’Istat, in barba ad una più che brillante attività.

Nonostante le numerose proteste non mi risultano ancora motivazioni addotte per questa infausta scelta, tanto più disgustosa nel Paese che deve all’Istat l’unica indagine statistica sulla violenza (altro che osservatorio sul femminicidio) e la voce contro corrente che ci raccontava – numeri alla mano – come le donne separate siano le più esposte al rischio povertà (con buona pace di barzellette e stereotipi).

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Voglio la censura!

Ci dicono che un paio di quei soliti “ragazzi di buona famiglia” , gonfi di cocaina, hanno ucciso per noia, poi si son fatti un pisolino. Uno poi ha vagheggiato di volersi suicidare, ma non lo ha fatto. L’altro ha raccontato tutto al papi, che prontamente ha avuto spazio sulla televisione di Stato per difendere il rampollo (confido almeno non pagato dai contribuenti), minacciando querele a chi lo attacchi. A prescindere dalla stranezza e scarsa credibilità della versione dei fatti (ormai ci beviamo di tutto), quel che mi preme sottolineare è l’efficacia culturale di questo genere di televisione. Programmi morbosi,  film, telefim ci hanno abituati a visioni continue di crimini violenti (contemporaneamente i telegiornali ci dimostrano che non tutti gli umani hanno lo stesso diritto di vivere). I reality dal canto loro svolgono egregiamente la funzione di peggioramento dell’umanità: l’importante è non essere autentici, non pensare, rappresentarsi invece di essere, fare qualsiasi cosa per la notorietà.

Il ricordo va a Capodanno, quando tra gli sms  di auguri che giravano nella parte inferiore dello schermo, è comparsa anche una bestemmia e la mezzanotte è stata festeggiata con un minuto di anticipo. Allora Rai ha sospeso il responsabile che non si era accorto del messaggio offensivo e lo aveva mandato in onda. Eppure mi pare ben più grave quel che siamo abituati a vedere: una programmazione criminale, ecco come la considero. Una questione sempre più di vita o di morte, ci dicono i fatti.

Il gusto per la violenza e il macabro impazza da anni in televisione, forse persino più di quello per lo svilimento delle donne. Tutti concordiamo nel constatare come questo media abbia un ruolo preponderante nella formazione dell’immaginario collettivo, tanto da essere nota ai più la definizione di “mamma tv”. Considerato che in Italia la colpa è sempre della mamma, posso ritenere che questo nomigliolo valga quale riconoscimento pubblico della sua responsabilità  nel formare modelli.

Sappiamo anche che tra giochini elettronici, telefonini, app e social network le persone stanno perdendo il senso del confine tra realtà e rappresentazione. Sento il polso di questa deriva negli adulti, figuriamoci nei più giovani. Tutto questo non certo per deresponsabilizzare quei mentecatti che confondono l’ammazzare il tempo con l’ammazzare gli umani, ma per affrontare una questione di responsabilità culturali (in senso antropologico!!!) troppo a lungo taciuta.

 

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8 marzo

Otto marzo 2016: la mia inclinazione antisociale ha un picco.

Sarà perché  in quanto italiana ho dovuto attendere marzo per vedere il film Suffragette, quasi a sottolineare una graziosa concessione. Altrove non è stato così.

Sarà perché sulla Rai fanno uno spot e chiamano questo giorno “festa delle donne”, il che è indicativo di una sordità alle istanze delle attiviste. Strambe figure che tengono a precisare che questo giorno è la Giornata Internazionale delle Donne. Trattasi di diritti, non di feste.

La leggenda delle donne arse in fabbrica non corrisponde alla vera natura di questa giornata, che affonda le sue radici nella lotta di classe e nella richiesta di suffragio universale.

Ad ogni modo in Italia è chiaro che questa giornata ne ricorda un’altra: 8 marzo 1972. Quel giorno a Roma la polizia ha caricato e malmenato le manifestanti che chiedevano la legalizzazione dell’aborto e parlavano di diritti omosessuali. Piuttosto attuale, non trovate?