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Stalker.

Forse ha provato a strangolarla, prima di darle fuoco.  

Gli inquirenti

Vincenzo Paduano, assassino di Sara Di Pietrantonio, è uno stalker.

Lo dice la ricostruzione dei fatti. Chiamava Sara ogni dieci minuti. Lei se lo ritrovava ovunque. Pare avesse un’app per seguirla (ci mancavano le app!)

Chiamerò l’assassino di questa storia “il Paduano”.  Va letto strascicando un pò. Mi pare onomatopeico. Può aiutare a cogliere l’aspetto viscido dello stalker.  Uno che ossessiona la preda. Si intrufola, si acquatta, attende, coglie il momento giusto per prenderti senza difesa, fa scenate, crea terra bruciata intorno alla vittima, aggredisce.

Dimenticatevi la ventenne bionda e carina. Dimenticatevi sua madre, le amiche, la scuola, i ragazzi, i progetti. Dimenticatevi l’umana. Sara Di Pietrantonio non esiste per il Paduano.

Esiste la preda.

In agguato, aspetta il suo rientro, pronto all’attacco a sorpresa. Scatterà, l’infame. L’importante è imposi, dimostrare alla preda la sua superiorità. Lui è il capo, lui decide se ci si vede o no. Se lei è o non è la sua ragazza.

Sara sta tornando a casa con la macchina di mamma.  Le ha appena mandato un sms per avvertirla.

Il Paduano attacca: la costringe con la sua auto. Lei accosta.

Lui getta l’alcool e la sigaretta. L’auto prende fuoco. Terrore di lei. Balza fuori, corre. Si sbraccia, cercando di fermare qualcuno. Immagino Paduano assumere un comportamento mite. Tanto  basta per mettere l’anima in pace a chi in realtà ha difficoltà a trovarsela. Nessuno si ferma. Lo stalker dissimula bene, la gente anche.

Il Paduano sa cogliere l’attimo per colpire senza ostacoli.

Chi si crede di essere? Lei è la sua donna. 

La stringe al collo.

O sua o di nessuno, strega arrogante. 

La bagna con l’alcool e accende il suo rogo.

Maggio 2016, Sara Di Pietrantonio brucia viva.

I roghi si sono mai spenti?

 

P.S. Racconto così un fatto di cronaca senza la presunzione di conoscere esattamente i fatti, che deduco dalla stampa. Lo faccio a titolo didascalico, per cercare di spiegare lo stalking al di là dell’astratta nozione di “condotta persecutoria che interferisce nella vita privata di una persona”.

 

 

 

 

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Un 25 novembre poco trendy

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Quest’anno  il 25 novembre è poco popolare.

A scuola ho chiesto in due seconde dell’istituto superiore: nessuno sa che giorno sia.

Dal 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza contro le donne (ricordando il crudele assassinio delle tre sorelle Mirabal, durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960).

Dalla notte del 13 novembre, però, i media sono concentrati sul terrorismo e sappiamo quanto questo manipoli le nostre emozioni e la nostra percezione.

Anche questo porre la questione terrorismo Isis come una guerra tra civiltà, o tra civili e tagliagole, trasforma il corpo delle donne in campo di battaglia, se è vero che in Inghilterra si moltiplicano le aggressioni di maschi bianchi verso donne mussulmane che indossano il velo.

Una scusa come tante, dato che chi maneggia statistiche sulla violenza di genere sa bene come le vittime vengano generalmente uccise da quegli stessi italiani che oggi si preoccuperanno di quanto i mussulmani non tengano in considerazione le donne.

Peccato che proprio il calo di interesse verso il 25 novembre li smentisca.

Peccato che intanto basti accendere la televisione per rendersi conto che l’opinione di una donna è evento straordinario.

Peccato che intanto la maggioranza continui a ritenere sensato chiamare Ministro una Ministra e Capo una Capa.

Peccato che a scuola come al lavoro è tutta colpa della mamma, che si tratti di educazione dei figli o di reale o potenziale status di madre.

Peccato che per le ragazze il modello premiato è da miss, mentre per i ragazzi da sportivo professionista, e che lo sport professionista sia solo maschile.

Peccato però che se ti conci da miss e vieni stuprata molti diranno che te la sei cercata, e se sei brutta o vecchia non mancherà chi scherzerà dicendo che ti han fatto un favore

Peccato che intanto la pratica criminale della prevaricazione sino alla forma estrema della soppressione della compagna o desiderata tale abbia dimensioni pari a quella delle vittime di mafia.

Il comico Crozza ha recentemente chiesto agli spettatori quanto debba essere vicino un attentato per colpirci. Si riferiva – a ragione – alla diversa percezione del lutto rispetto a vittime europee o russe o siriane.

Rilancio. Non solo la vicinanza geografica e culturale gioca un ruolo, perché l’ottica di genere ci dimostra che se sei donna questa solidarietà di massa non scatta. Altrimenti come spieghiamo la mancanza di cordoglio generale  verso le donne cadute per mano di un compagno reale, ex o presunto tale? Non sono anche loro vicine a noi? Non vivono una vita simile alla nostra? Eppure, al di là degli attivismi o delle affermazioni narcisistiche queste violenze non sollevano lo stesso sdegno popolare.

Ben ne è cosciente la politica, sempre pronta a sbandierare slogan per lo più inadeguati e molto meno pronta a passare a fasi operative.

Sarei grata di aver notizie confortanti sul finanziamento ai centri anti violenza. Altrettanto della fantomatica partenza del  piano antiviolenza.

Quanto alla formazione e prevenzione mi son già fatta un’idea: gli inventori della teoria del gender possono esistere solo grazie a una poderosa inadempienza istituzionale anche in questo settore.

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Osservatorio nazionale sul femminicidio tra il dire e il fare

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Ho appena sentito alla radio di una bimba di otto anni che ha dovuto dare l’allarme perché il padre ha ucciso la madre e si è sparato. In questi giorni i delitti a sfondo sessista non si contano. Eppure sottoscrivendo la Convenzione di Istanbul avremmo dovuto farlo. Sul sito del Ministero dell’Interno troverete dati sugli omicidi volontari riferiti al 2013. In apposita colonna viene indicato “di cui donne”. Uno specchietto scorpora quelli in ambito familiare.

Con l’opzione di ricerca del sito del Ministero, digitando femminicidio, incapperete in fulgidi esempi di quanto il tema non sollevi nemmeno un’umana volontà di conoscenza del fenomeno: “Le donne in Italia, nel 2013, sono state il 35,7% delle vittime di omicidio, 179 su 502. Omicidio che in questi casi si chiama ormai femminicidio.” Come saprete, una  donna uccisa durante una rapina o un atto terroristico, non è  vittima di femminicidio, classificazione destinata a chi viene uccisa o abusata a causa della sua appartenenza al genere femminile. Se la vittima di rapina o terrorismo fosse un africano non per questo sarebbe considerato un delitto a sfondo razziale.

Vorrei sinceramente una smentita: ditemi che da qualche parte, nascostamente, si sta finalmente monitorando il fenomeno. Un ente istituzionale, o che venga istituzionalmente delegato, considerato che continuano a girare i dati dei  centri anti violenza (come se non avessero abbastanza da fare!), che si avvalgono di rassegne stampa e continuano ad affrontare questo schifo contando quasi solo sui loro mezzi, circondati da passerelle politiche, spot e corsi pretestuosi di amici di amici.  La legge disponeva:

Il Ministero dell’interno – Dipartimento della pubblica sicurezza, anche attraverso i dati contenuti nel Centro elaborazione
dati di cui all’articolo 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121,
elabora annualmente un’analisi criminologica della violenza di genere
che costituisce un’autonoma sezione della relazione annuale al
Parlamento di cui all’articolo 113 della predetta legge n. 121 del
1981. “

Il Ministero ha i mezzi, l’autorità e il ruolo per occuparsi di questo. E magari potrebbe persino spingersi a considerare le donne e gli uomini allo stesso modo, con una colonnina a testa. Sarebbe non solo consono alle elementari regole di pari opportunità, ma anche funzionale, considerato che di delitti collegati al femminicidio muoiono anche uomini e bambini…

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Discorsi sulla violenza. Due casi a confronto

Nel giro di pochi minuti vengo a contatto con due notizie di delitti di prossimità agiti da uomini nei confronti delle donne. Uno in Italia, l’altro in Turchia. L’occasione è propizia per indagare il discorso sulla violenza.

L’articolo sul caso italiano.

I fatti: Francesco Grieco, 53 anni ha ucciso la moglie di 52, Francesca Marchi, e la suocera Irene Tabarroni, 92 anni, nella villetta dove tutti abitavano. Lo ha fatto in due giorni diversi e ha confessato dopo due ore di interrogatorio.

Il discorso.

Titolo: Uccide la moglie e la suocera e poi confessa: “Un raptus. Volevo ammazzarmi anch’io” (L’assassino è il soggetto)

Nel testo veniamo informati del suo stato di disoccupazione e contemporaneamente che non c’erano problemi economici. Viene data voce all’assassino, che ci delizia con tutto il repertorio: lei era il suo amore, lui ha avuto un raptus (durato un paio di giorni a quanto pare) e non ce la facevo più a far da badante. Non viene usato il termine femminicidio, né se ne forniscono i dati italiani

L’articolo sul caso turco 

I fatti: una diciannovenne turca partecipa con successo a un talent show per cantanti, lo fa contro il parere della famiglia, dichiara alla produzione dello show di avere paura di venire uccisa, alcuni uomini le sparanoin casa riducendola in fin di vita, la polizia ha fermato un sospetto.

Il discorso

Titolo: Cantava con le braccia scoperte, ragazza turca ridotta in fin di vita. (La donna in fin di vita è il soggetto)

Si trattano termini come clan, lignaggio, tribù e famiglia come se fossero sinonimi. Si allude alle braccia scoperte e ai delitti legati alla richiesta di indipendenza delle donne. Si forniscono dati sul femminicidio in Turchia. Si accenna all’eventualità di un ragazzo respinto come colpevole.

Ciascuno tragga le sue considerazioni

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Hunzinker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente

Il sistema che lega gli affari, lo spettacolo e la politica continua a far danni. Genera personaggi inquietanti che di fatto remano contro le cause che ufficialmente difendono. Non si avvalgono di esperienze e competenze, anzi scippano loro la parola diffondendo l’ignoranza necessaria per riconfermare gerarchie e discriminazioni. La parola sulla violenza viene data a una donna che di lavoro interpreta l’ochetta bionda, che fa da testimonial alla politica avvocata, che hanno la loro Fondazione Doppia difesa. Così abbiamo programmi culturali come quello di Fazio, in cui l’accesso alle donne è possibile in rari casi e praticamente mai per le competenze. Insisto: la questione è culturale e inderogabile.

DonnexDiritti

L’avvocata aveva già chiesto l’ergastolo per i femmicidi tempo fa e ora insieme alla show girl svizzera chiama alle armi presentando una legge d’iniziativa popolare in cui chiede il carcere per chi si macchia di un crimine legato a una sindrome che non esiste e che sta devastando le donne e i bambini in Italia: quella dell’alienazione parentale

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a "Che temo che fa" su Rai Tre Michelle Hunziker e Fabio Fazio a “Che temo che fa” su Rai Tre

Domenica scorsa da Fazio è successo qualcosa che ha dell’incredibile: la show girl Michelle Hunzinker, è stata invitata alla trasmissione televisiva su Raitre, “Che tempo che fa”, e ha presentato davanti a milioni di spettatori una proposta di legge dall’avvocata Giulia Bongiorno, per punire penalmente chi “aliena” i bambini dal partner, classificando un reato in base a una sindrome dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non scientifica e non utilizzabile dalla sentenza di Cassazione firmata dalla giudice Gabriella…

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Diario dal machomondo

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L’altro giorno sono stata a un’assemblea studentesca surreale. Il comportamento di un branco di studenti ad altissima percentuale maschile è stato del tutto irrispettoso, sotto gli occhi degli insegnanti. Cosa è cambiato rispetto a tante altre situazioni in cui le assemblee hanno avuto esiti buoni se non ottimi? A caldo direi che la differenza sia stata la presenza di adulti uomini  (insegnanti) che per primi si mostravano palesemente disinteressati. L’unico intervento è stato quello di un ragazzino “però le ragazze provocano vestendosi in certi modi”, che ha suscitato un boato di consensi. Voglia di violenza pura. Nessun interesse per la risposta, coperta dal persistere dei rumoreggiamenti. Non era una domanda, considerato il totale disinteresse nella risposta. Era una performance di violenza simbolica. Nessuna reazione dei docenti.

Stamattina ero dal giornalaio. Un signore dall’aria socievole si è esibito nel solito triste teatrino “Visto quante ammazzate? Se ci son tutte queste donne uccise vorrà ben dire che lo meritano, no?”. Si sentiva simpatico.

Domani inizio una supplenza in carcere. Gli studenti saranno uomini. In effetti l’intera popolazione carceraria è di 53.498 e di questi le donne son solo 2.309.

Eppure non sento mai dire: quanto ci costa la violenza maschile…

Quanto spreco nella boria di chi non riconosce i propri privilegi, di chi pone domande senza essere interessato alle risposte, solo per interpretare personaggi ottusi e ritriti.

Vivo in un  mondo di uomini che parlano di altri uomini. Nel discorso pubblico la donna che si esprime se la va a cercare. Intanto, nonostante il 99% dei beni mondiali siano in mano a uomini stiamo ancora  a dover sentire il bullo di turno (o la di lui serva) negare l’evidenza.

femicidi

Liti ed esotici delitti

Oggi il menù offre l’ex poliziotto italiano che uccide due donne “alle quali era legato da motivi sentimentali” e .il disoccupato marocchino che ammazza moglie e bambina con accetta e arma da taglio. Dunque nel campionato del machomondo possiamo dire Italia Marocco due pari. Generalmente in casa vinciamo. Oggi si pareggia.

Ultimamente mi pare che il ritmo sia di circa una donna al giorno. Un tempo si diceva una ogni tre giorni, poi ogni due. La verità è che – contrariamente a quanto talvolta affermato – ancora non è stato diffuso un rapporto femminicidio istituzionale, come previsto dalla legge.

L’expoliziotto ammazza una donna e chiama la polizia, ma non si fa trovare, preannunciando che avrebbe ucciso ancora. La prima vittima è cubana e l’altra italiana. Nell’articolo si parla di santeria come movente. Incredibile come quando si fa resistenza ad ammettere un problema la scorciatoia dell’esotismo funzioni sempre.

Così se da un lato si arriva a dire che la mandante sarebbe indirettamente la vittima cubana, dall’altro la morta marocchina viene descritta come terrorizzata e già nota vittima di violenze. Si sa queste marocchine… Fatalmente si scorda che  secondo la legge il questore, anche in assenza di querela, può procedere. Dunque invece di ricamare sul terrore della trentenne e su quante botte avesse già preso, invito chi di dovere a porsi domande in cerca di soluzioni. Se la violenza era cosa nota: perché nessuno è intervenuto? Sarà mica che tanto non sapete che farvene di queste donne che rischiano la pelle, a prescindere dal suo colore?

Inoltre ai-alle giornalisti-e che si ostinano a definire “liti” quel che i fatti dimostrano essere aggressioni criminali e violente vorrei domandare: serve una dimostrazione pratica della differenza tra i due termini?