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Tra assonanza e analogia ci vorrebbe una malia…

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Questa foto, tratta da una bella galleria fotografica sul femminismo, secondo la didascalia, ritrae Alma Sabatini nel 1977.  Nel 1986 divenne componente della Commissione governativa di Parità fra uomo e donna, ne derivò la pubblicazione delle sue “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua”, sviluppate un anno dopo  nel suo rivoluzionario Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Intendiamoci: lettera semi morta anche oggi. Nonostante l’impegno dell’Accademia della Crusca, raramente mi è capitato di incontrare docenti di italiano che ne siano a conoscenza. Non rientra nella programmazione ministeriale, tanto meno nella pubblica amministrazione, dove si continua a declinare al maschile anche laddove il soggetto sia femminile, con due possibili soluzioni all’incongruenza: la negazione dell’identità femminile (declinando al maschile anche il verbo) o lo stupro linguistico con soggetto e verbo non coordinati per genere.

Alma Sabatini morì il 12 aprile 1988.

Curiosa l’assonanza con Linda Laura Sabbadini, che proprio ad aprile di quest’anno viene estromessa dall’Istat, in barba ad una più che brillante attività.

Nonostante le numerose proteste non mi risultano ancora motivazioni addotte per questa infausta scelta, tanto più disgustosa nel Paese che deve all’Istat l’unica indagine statistica sulla violenza (altro che osservatorio sul femminicidio) e la voce contro corrente che ci raccontava – numeri alla mano – come le donne separate siano le più esposte al rischio povertà (con buona pace di barzellette e stereotipi).

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8 marzo

Otto marzo 2016: la mia inclinazione antisociale ha un picco.

Sarà perché  in quanto italiana ho dovuto attendere marzo per vedere il film Suffragette, quasi a sottolineare una graziosa concessione. Altrove non è stato così.

Sarà perché sulla Rai fanno uno spot e chiamano questo giorno “festa delle donne”, il che è indicativo di una sordità alle istanze delle attiviste. Strambe figure che tengono a precisare che questo giorno è la Giornata Internazionale delle Donne. Trattasi di diritti, non di feste.

La leggenda delle donne arse in fabbrica non corrisponde alla vera natura di questa giornata, che affonda le sue radici nella lotta di classe e nella richiesta di suffragio universale.

Ad ogni modo in Italia è chiaro che questa giornata ne ricorda un’altra: 8 marzo 1972. Quel giorno a Roma la polizia ha caricato e malmenato le manifestanti che chiedevano la legalizzazione dell’aborto e parlavano di diritti omosessuali. Piuttosto attuale, non trovate?

 

 

 

 

 

 

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Un 25 novembre poco trendy

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Quest’anno  il 25 novembre è poco popolare.

A scuola ho chiesto in due seconde dell’istituto superiore: nessuno sa che giorno sia.

Dal 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza contro le donne (ricordando il crudele assassinio delle tre sorelle Mirabal, durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960).

Dalla notte del 13 novembre, però, i media sono concentrati sul terrorismo e sappiamo quanto questo manipoli le nostre emozioni e la nostra percezione.

Anche questo porre la questione terrorismo Isis come una guerra tra civiltà, o tra civili e tagliagole, trasforma il corpo delle donne in campo di battaglia, se è vero che in Inghilterra si moltiplicano le aggressioni di maschi bianchi verso donne mussulmane che indossano il velo.

Una scusa come tante, dato che chi maneggia statistiche sulla violenza di genere sa bene come le vittime vengano generalmente uccise da quegli stessi italiani che oggi si preoccuperanno di quanto i mussulmani non tengano in considerazione le donne.

Peccato che proprio il calo di interesse verso il 25 novembre li smentisca.

Peccato che intanto basti accendere la televisione per rendersi conto che l’opinione di una donna è evento straordinario.

Peccato che intanto la maggioranza continui a ritenere sensato chiamare Ministro una Ministra e Capo una Capa.

Peccato che a scuola come al lavoro è tutta colpa della mamma, che si tratti di educazione dei figli o di reale o potenziale status di madre.

Peccato che per le ragazze il modello premiato è da miss, mentre per i ragazzi da sportivo professionista, e che lo sport professionista sia solo maschile.

Peccato però che se ti conci da miss e vieni stuprata molti diranno che te la sei cercata, e se sei brutta o vecchia non mancherà chi scherzerà dicendo che ti han fatto un favore

Peccato che intanto la pratica criminale della prevaricazione sino alla forma estrema della soppressione della compagna o desiderata tale abbia dimensioni pari a quella delle vittime di mafia.

Il comico Crozza ha recentemente chiesto agli spettatori quanto debba essere vicino un attentato per colpirci. Si riferiva – a ragione – alla diversa percezione del lutto rispetto a vittime europee o russe o siriane.

Rilancio. Non solo la vicinanza geografica e culturale gioca un ruolo, perché l’ottica di genere ci dimostra che se sei donna questa solidarietà di massa non scatta. Altrimenti come spieghiamo la mancanza di cordoglio generale  verso le donne cadute per mano di un compagno reale, ex o presunto tale? Non sono anche loro vicine a noi? Non vivono una vita simile alla nostra? Eppure, al di là degli attivismi o delle affermazioni narcisistiche queste violenze non sollevano lo stesso sdegno popolare.

Ben ne è cosciente la politica, sempre pronta a sbandierare slogan per lo più inadeguati e molto meno pronta a passare a fasi operative.

Sarei grata di aver notizie confortanti sul finanziamento ai centri anti violenza. Altrettanto della fantomatica partenza del  piano antiviolenza.

Quanto alla formazione e prevenzione mi son già fatta un’idea: gli inventori della teoria del gender possono esistere solo grazie a una poderosa inadempienza istituzionale anche in questo settore.

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Se la principessa salva il principe è trauma infantile?

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Il caso.

La Regione Toscana finanzia un progetto nelle scuole, uno di quei percorsi educativi indicati come azioni di contrasto e prevenzione della violenza di genere da CEDAW, dalla ratificata Convenzione di Istanbul, dal Rapporto mondiale OMS sulla violenza, e chissà in quanti altri protocolli e leggi di ratifica nazionali ed internazionali. In una scuola di Massa Carrara questo progetto diventa occasione di furiose polemiche. La lettura di una favola nella quale a salvare il principe dal drago è una principessa spaventa i genitori, che ritirano la figlia e la iscrivono a una scuola privata cattolica. 

Ricapitolando: educare contro la violenza sulle donne viene considerato traumatico verso una bambina.

La famigerata Ideologia Gender è diventata spauracchio e bandiera, oggetto di un fanatismo molto comodo ai fini propagandistici, ma del quale temo che gli ignari promotori non colgano la portata. L’etichetta “ideologia gender” è stata impunemente appiccicata a ogni discorso su sesso e genere.

La battaglia, come spesso accade, è altrove. In gioco l’eterna lotta tra Chiesa e Cultura e il moto perpetuo tra Stato e Chiesa con relativi ammiccamenti tra poteri.

Il nocciolo duro è quell’oscillazione tra Natura e Cultura ben nota all’antropologia. Cosa è innato e cosa invece è indotto dalla cultura, dal gruppo sociale, dal contesto storico, e via dicendo?

La convinzione che gli esseri umani siano fatti solo di natura è smentita da quel che sappiamo sugli animali umani, gli unici animali culturalmente determinati. Gli unici che si vestono, cucinano, condividono istruzioni per l’uso del mondo e se le scambiano. Solo grazie a questo possono vivere dappertutto sulla terra. Nessun altro animale può farlo. Nessun altro animale ha lo stesso apparato biologico da decine di migliaia di anni.

La nostra evoluzione è culturale invece che biologica.

Iniziare sin da piccoli alla riflessione circa la cultura e le sue implicazioni sull’individuo è fornire istruzioni per l’uso di un mondo culturale sempre più complicato.

Accuso apertamente i media di istigare a questa pericolosissima confusione e il mondo accademico di  colposo silenzio verso le castronerie che stanno dilagando. Capisco bene come venga da ignorarle, ma stanno dilagando. Sono diventate parte del discorso pubblico e stanno generando i loro piccoli mostri.

Per approfondire la conoscenza dei mostri leggi qui

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A questo gioco non gioco

La vincitrice di Miss Italia viene intervistata e spara stupidaggini tra le risatine di uomini. 

Intendiamoci: non che le spari più grosse di tanti personaggi pubblici maschili, il fatto è che lei ha un suo ruolo.

Lei è la stupida in carica: si celebra una bellezza oggettivata in pieno stile “sii bella e stai zitta, che è meglio.”

La diciottenne dice che le piacerebbe vivere negli anni della guerra dato che in quanto donna non avrebbe fatto il militare. 

Così ecco rimbalzare sui social post sdegnati e aggressivi contro questa ragazzina colpevole di aver svelato la sua mancanza di spessore. Lo trovo particolarmente pretestuoso.

I concorsi da Miss son fatti per umiliare l’intelligenza delle donne e tenerle nel ghetto della carne fresca da fiera. La storia delle donne devi andartela a cercare nelle migliori delle ipotesi tra le schede di approfondimento. I concorsi da Miss sono tutto quel che viene offerto a modello, per saperne di più devi avere un animo ribelle e opinioni proprie. 

Attaccare le ragazzine modellate da questo gioco antico è guardare il dito che indica la luna. A questo gioco non gioco.

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Hunzinker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente

Il sistema che lega gli affari, lo spettacolo e la politica continua a far danni. Genera personaggi inquietanti che di fatto remano contro le cause che ufficialmente difendono. Non si avvalgono di esperienze e competenze, anzi scippano loro la parola diffondendo l’ignoranza necessaria per riconfermare gerarchie e discriminazioni. La parola sulla violenza viene data a una donna che di lavoro interpreta l’ochetta bionda, che fa da testimonial alla politica avvocata, che hanno la loro Fondazione Doppia difesa. Così abbiamo programmi culturali come quello di Fazio, in cui l’accesso alle donne è possibile in rari casi e praticamente mai per le competenze. Insisto: la questione è culturale e inderogabile.

DonnexDiritti di Luisa Betti Dakli

L’avvocata aveva già chiesto l’ergastolo per i femmicidi tempo fa e ora insieme alla show girl svizzera chiama alle armi presentando una legge d’iniziativa popolare in cui chiede il carcere per chi si macchia di un crimine legato a una sindrome che non esiste e che sta devastando le donne e i bambini in Italia: quella dell’alienazione parentale

Michelle Hunziker e Fabio Fazio a "Che temo che fa" su Rai Tre Michelle Hunziker e Fabio Fazio a “Che temo che fa” su Rai Tre

Domenica scorsa da Fazio è successo qualcosa che ha dell’incredibile: la show girl Michelle Hunzinker, è stata invitata alla trasmissione televisiva su Raitre, “Che tempo che fa”, e ha presentato davanti a milioni di spettatori una proposta di legge dall’avvocata Giulia Bongiorno, per punire penalmente chi “aliena” i bambini dal partner, classificando un reato in base a una sindrome dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non scientifica e non utilizzabile dalla sentenza di Cassazione firmata dalla giudice Gabriella…

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Diario dal machomondo

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L’altro giorno sono stata a un’assemblea studentesca surreale. Il comportamento di un branco di studenti ad altissima percentuale maschile è stato del tutto irrispettoso, sotto gli occhi degli insegnanti. Cosa è cambiato rispetto a tante altre situazioni in cui le assemblee hanno avuto esiti buoni se non ottimi? A caldo direi che la differenza sia stata la presenza di adulti uomini  (insegnanti) che per primi si mostravano palesemente disinteressati. L’unico intervento è stato quello di un ragazzino “però le ragazze provocano vestendosi in certi modi”, che ha suscitato un boato di consensi. Voglia di violenza pura. Nessun interesse per la risposta, coperta dal persistere dei rumoreggiamenti. Non era una domanda, considerato il totale disinteresse nella risposta. Era una performance di violenza simbolica. Nessuna reazione dei docenti.

Stamattina ero dal giornalaio. Un signore dall’aria socievole si è esibito nel solito triste teatrino “Visto quante ammazzate? Se ci son tutte queste donne uccise vorrà ben dire che lo meritano, no?”. Si sentiva simpatico.

Domani inizio una supplenza in carcere. Gli studenti saranno uomini. In effetti l’intera popolazione carceraria è di 53.498 e di questi le donne son solo 2.309.

Eppure non sento mai dire: quanto ci costa la violenza maschile…

Quanto spreco nella boria di chi non riconosce i propri privilegi, di chi pone domande senza essere interessato alle risposte, solo per interpretare personaggi ottusi e ritriti.

Vivo in un  mondo di uomini che parlano di altri uomini. Nel discorso pubblico la donna che si esprime se la va a cercare. Intanto, nonostante il 99% dei beni mondiali siano in mano a uomini stiamo ancora  a dover sentire il bullo di turno (o la di lui serva) negare l’evidenza.